Il suono dolce della parola libertà

Albania

Libertà. Una parola quanto mai usata ed abusata, di cui a volte si ignora il significato intrinseco e più profondo. Ci riempiamo ogni giorno la bocca con la parola libertà e forse non facciamo tutto ciò che andrebbe fatto per difenderla e proteggerla. La libertà è una condizione connaturata all’uomo e sembra difficile pensare una vita senza.

In Albania, precisamente a Scutari, ho avuto l’opportunità di confrontarmi con chi ha dimenticato, da anni ormai, cosa vuol dir essere liberi. Ho conosciuto persone, nella maggior parte dei casi uomini, barricate in casa. Proprio cosi: non possono valicare i confini domestici, o meglio possono farlo limitatamente, altrimenti rischiano di mettere a repentaglio la propria vita. A causa del persistere del fenomeno della faida, intere famiglie vivono in perenne tensione, poiché sanno che, prima o poi, la famiglia a cui è stato ucciso un membro, per futili motivi il più delle volte, dovrà vendicarsi spargendo sangue. Purtroppo il fenomeno della vendetta di sangue, benché si siano fatti molti passi avanti, continua a essere la nota dolente dei paesi di montagna dell’Albania. Con una certa frequenza apprendiamo dai giornali albanesi il verificarsi di diversi omicidi, buona parte riconducibili alla faida. Stando al vecchio codice del Kanun, chi ha subito un omicidio deve vendicarsi, e qualora si scegliesse la via del perdono si rischierebbe di passare per ‘vigliacchi”; un uomo d’onore non può scegliere di non uccidere. Ad oggi a pagare lo scotto di questa consuetudine sono uomini e ragazzi; il codice, infatti, non ammette l’uccisione di donne e bambini.
Sono trascorsi poco più di dieci giorni da quando sono arrivata a Scutari. Qui ho incontrato famiglie lacerate dal dolore a causa della perdita di un proprio figlio o coniuge e, stando al Kanun già citato, devono vendicarsi. Devono decidere chi uccidere, come e quando. Vivono in un rancore atroce che li deteriora giorno dopo giorno.
D'altro canto ho visitato famiglie che non possono fare due passi, valicare i confini della propria casa, perché sanno che la famiglia straziata dal lutto sta preparando un agguato. Ho conosciuto e chiacchierato con diverse persone, tra le quali un ragazzo di soli 23 anni. Mi sono chiesta come può un ragazzo, mio coetaneo tra l’altro, restare per 2 anni in casa, uscire, se ha coraggio, solo per comprare un pacco di sigarette. Ho letto nei suoi occhi rassegnazione, delusione verso uno Stato che non fa praticamente nulla per arginare il fenomeno. Mi ha detto: “che vita è questa?”. Sono rimasta in silenzio: ogni parola sarebbe stata vana. No, quella non è vita, ho pensato. Si vive per inerzia, senza progetti e il futuro piomba prepotentemente come una minaccia. Puoi solo sperare. Ed ecco che la tua vita all’improvviso si carica di significato. E’ come se prima fosse un sacco vuoto riempito ora dal suono delle parole di quel ragazzo. Ti rendi conto di quanto sia magnifico camminare tranquillamente per strada, passeggiare a piedi nudi sulla sabbia, bagnarsi il viso con la pioggia. Le piccole cose d’un tratto diventano grandi cose. E allora noi dobbiamo impegnarci perché questo nostro stato di libertà non diventi scontato, ma considerarlo come qualcosa che possiamo perdere da un momento all’altro. Forse anche noi dovremmo vivere in quello stato di tensione per far si che la parola libertà non perda il suo significato.  
Fortunatamente quanto detto poc’anzi non ci tocca personalmente, ma questo non può essere un’ attenuante. Non possiamo vivere nell’indifferenza, non possiamo permetterci di non agire solo perché ci crediamo immuni dalla faida, che si insinua ancora a chilometri di distanza dal nostro Paese. Noi possiamo fare la differenza. Ecco perché sono in Albania, perché credo fortemente che io possa fare la differenza.

Maria