Uno degli “inciampi” migliori della mia vita.

Albania

È già passata una settimana. O forse dovrei dire è appena passata una settimana.
Siamo in macchina, di ritorno da una visita a una famiglia. Una musica ci accompagna in questo tragitto:
“il mio sogno è di lasciare qualcosa dietro me
alla fine di questo viaggio
un piccolo ricordo un segno

che testimoni il mio passaggio
qualcosa che rimanga nella mente
e nel cuore di chi mi ha conosciuto
qualcosa per cui valga davvero la pena
di essere vissuto”.

Già. Ecco cosa vorrei.
Un po’ utopico, dite?
Beh, forse qualche mese fa lo pensavo anch’io, ma da quando ho incontrato questa realtà, questo mondo, queste persone, ho iniziato a pensare che forse davvero anch’io potrei provare a lasciare qualcosa dietro me.
Sono inciampata nella Colomba quasi per caso, e ora penso che sia stato uno degli “inciampi” migliori della mia vita.
Mi sembra ieri che litigavo con i kg del bagaglio a mano, ma allo stesso tempo ho vissuto talmente tante emozioni, incontrato tante persone, scoperto luoghi… che mi sembra di essere in Albania da una vita.
Questa settimana è stata tosta. Ieri la manifestazione mensile e oggi la conferenza. L’agitazione era tanta, le cose da fare ancora di più, ma forti più che mai ce l’abbiamo fatta… e che soddisfazione!
Parlare di riconciliazione, di vendetta, non è facile, non è scontato. E soprattutto è difficile farsi ascoltare, farsi sentire. Ieri sera con il mio scarso albanese e con il prezioso aiuto di un’altra volontaria io ci ho provato. Ho provato ad usare queste parole, a riempirle di senso. “Pajtimi, gjakmarrja, paqe”.
“Ma a me cosa serve?” “Ma io non sono in vedetta, non mi interessa”.
Ecco, signore, sa cosa le avrei detto se avessi saputo risponderle? Le avrei detto che nemmeno io sono in vedetta. Che la mia famiglia per non so quale destino, quale fortuna o quale sfortuna, è nata dall’altra parte del mare, ma questo non mi impedisce di parlarne, non mi impedisce di ribadire a gran voce che qualcosa di diverso è possibile, che qualcosa può cambiare ma serve l’aiuto di tutti, anche di chi non è in vendetta. La pace e la nonviolenza fanno parte di un percorso lungo e spesso difficile, ma se nessuno percorre i passi verso la meta, si resta fermi e si continua solo a guardarsi intorno nella speranza che non succeda a se stessi o a qualcuno che è caro. E poi le avrei anche detto che non parlare della vendetta o far finta che non esista, la può anche tenere nascosta per un po’, ma verrà un momento che ci piomberà addosso e sarà lì che diremo: perché l’abbiamo ignorata per tanto tempo?
Ecco signore, forse lei non c’entra nulla, forse aveva solo una giornata storta e magari la prossima volta si fermerà e ci ascolterà. Ma nel frattempo vorrei dirle che se provassimo per un attimo a impegnarci per fare almeno quel piccolo passo verso la pace, forse qualcosa potrebbe cambiare per davvero.
Perché sarò qui solo da una settimana, ma una cosa mi è già ben chiara.
La riconciliazione non si fa da sola. Non piove dal cielo assieme alla pioggia che così spesso bagna Scutari.
Per la riconciliazione serve impegno. Serve che i primi ad impegnarsi siano proprio quelli che non c’entrano niente, per evitare che un giorno possa riguardare anche loro. Serve parlarne nelle case, nelle scuole, nei luoghi d’aggregazione. Perché la riconciliazione è un processo lungo. Tanto, troppo lungo. Ma se non iniziamo noi a fare questi primi passi in modo che le generazioni che verranno possano continuare su un cammino già avviato, chi lo farà?
“E sarà l’occasione
per insegnare ai grandi
che si può far rivoluzione senza le armi
perché non esiste nessun cambiamento vero
se la rivoluzione non avviene prima nel pensiero.”


Nadia
(le citazioni sono tratte dalle canzoni Il sogno del menestrello e La rivoluzione del gruppo Ratti della Sabina)