Quando sono debole, è allora che sono forte

Albania

"Quando sono debole, è allora che sono forte” (2 cor 12,10)

Noi facciamo la migrazione alla rovescia perché andiamo nei posti da dove tutti vogliono scappare, in primis quelli che vi abitano. Andiamo nelle guerre, quando la gente scappa e veniamo qui, in Albania, mentre la maggior parte degli albanesi cerca di venire da noi, in Italia. Con il nostro movimento "contrario" provochiamo un effetto “straniamento” nelle persone che ci vedono arrivare.
Perché siete qui? Cosa siete venuti a fare? Ci chiedono quasi come a dire che la loro esistenza non è degna di essere conosciuta e incontrata.
Passate il Natale con noi? Perché non siete in Italia? Perché non state con la vostra famiglia?
La nostra presenza, anche fosse muta, provocherebbe già dei movimenti attorno a noi, perché spinge le persone a farsi almeno una domanda. Perché?
Forse è questa la nostra forza più grande. Perché arriviamo senza niente in mano. Possiamo sembrare degli utopisti, dei pazzi... degli illusi.
Forse molti si domandano cosa crediamo di fare. Molti ci dicono apertamente che non cambieremo mai niente qui e che lottiamo contro i mulini a vento. A volte il nostro essere a mani vuote è quasi imbarazzante, per qualcuno addirittura fastidioso. Ma credo che questa nostra semplicità e questa trasparenza siano proprio la nostra arma più potente.
E' la debolezza che mettiamo in mano alle persone qui, quando le andiamo a trovare. Ci presentiamo semplicemente come Agnese, Sara, Chiara … come noi stessi senza dare a intendere di essere migliori di quello che siamo. Quando veniamo messi di fronte alla tentazione della violenza o agli errori del passato, non portiamo soluzioni facili ed efficaci, ma portiamo la nostra esperienza umana e concreta fatta proprio di cedimenti, di violenza e di errori.
Le nostre fatiche, le nostra fragilità e le nostre sofferenze possono diventare il ponte per raggiungere l'intimità delle famiglie. Diventano il linguaggio comunque con cui ci riconosciamo “uomini” e attraverso il quale riusciamo a entrare in punta di piedi nella storia di queste persone. Entriamo in case colpite e spezzate dal dolore e riusciamo con questa debolezza a rompere la barriera della diffidenza e della paura. La loro, ma anche la nostra. Comunicare con sincerità ci aiuta a sconfiggere quella vocina sottile e insidiosa, che dice che tutto è inutile e che dà fiato alle paure. La loro paura di essere sfruttati. La nostra paura di non essere “efficienti”. La loro paura di sentirsi inferiori e la nostra paura di non essere all'altezza. La nostra paura di sprecare energie e di non contare niente. La loro paura che qualcosa cambi e stravolga il proprio mondo.
Non è con la forza delle nostre convinzioni, delle nostre attività o delle certezze che abbiamo accumulato con anni di esperienza che cambieremo noi stessi, le famiglie che incontriamo, questo Paese e il mondo, ma con la debolezza del nostro provarci così come siamo, pochi, inesperti e per lo più donne. Così genereremo il cambiamento: con il nostro desiderio di bene per tutti, con la nostra speranza, insomma con il nostro amore, che si rivela sempre per quello che è, fragile e imperfetto... ma continuo, testardo e tenace.