Speranza

Albania

Due Speranze che vivono vicine separate solo da una recinzione.
Due vittime della violenza, due storie di dolore. La vedova e la madre dell'assassino.
Andiamo a visitare queste due donne e mi sembra di trovarmi sui due lati del fronte della guerra che si chiama prima Violenza e poi Kanun.
Ci aprono la porta e ci introducono nella quotidianità del loro dolore.
Una famiglia zoppa perché privata dell'uomo di casa. Un'altra che vive nella paura della vendetta.

Una mamma che deve crescere da sola i suoi bambini e una madre che teme per la vita di suo figlio.
Il dolore è diverso da come me lo aspettavo. Mi aspetterei una vedova mangiata dalla rabbia e dal dolore che ci chiude la porta in faccia e una madre bisognosa e impaurita pronta a chiedere aiuto.
La vedeva ci accoglie invece con gioia. Chiama i volontari “amici”. Mi dice che loro sono ormai di famiglia perché è da tanto tempo che vengono qui e non si dimenticano mai di lei.
E' molto riconoscente per aver potuto “perdere un po' di dolore” con qualcuno, fuori dalla sua quotidiana solitudine. Con visite periodiche la Colomba l'ha riconosciuta: ha dato valore e importanza alla sua vita, fatta di dolore ma anche di forza e amore.
A poco a poco i volontari stanno aiutando questa donna a superare il dolore nella sua fase più acuta, a sentire che c'è qualcos'altro oltre: la vita dei figli, il futuro... insomma c'è ancora la possibilità della gioia e della vita.
Le nostre visite costanti e delicate sono state come versare un po' di acqua sulle braci ardenti della sofferenza e della rabbia. Un po' alla volta, piano piano. Non si spengono tutte in una volta. Prima scompaiono le fiamme e rimangono i tizzoni ardenti. Poi anche quelli diventano cenere. I resti del fuoco sono ancora caldi, possono riaccendersi da un momento all'altro ma per il momento sono meno pericolosi. È più difficile che possa creare dei danni forti.
“Speranza” è il nome di questa donna. E speranza è quella che ci portiamo dentro dopo aver parlato con lei. Una speranza umana e concreta che non ha nulla a che vedere con l'idilliaco e il perfetto, ma che l'ha portata a non vedere solo tutto nero ma a ricordare anche le cose belle che ha vissuto con l'altra famiglia. Adesso Speranza riesce a sperare e ad avere voglia di vivere, ma noi sappiamo che non è sempre stato così.

Sull'altro lato del fronte la porta è aperta ma l'accoglienza è meno calorosa. Si entra in questa casa consumate dal dolore, buia e appesantita dalla mancanza di fiducia nella vita e nel futuro.
Anche questa donna si chiama Speranza e anche con lei piano piano proviamo a buttare qualche spruzzo d'acqua sul fuoco in fiamme che lancia parole forti di collera e dolore. Ci avviciniamo lentamente stando attenti a non essere così invadenti da essere cacciati, ma nemmeno così delicati da alimentare questo fuoco.
Lavoriamo con le parole e con la nostra empatia. Gli unici strumenti che possiamo utilizzare.
Seguo il dialogo tra lei e i volontari con attenzione.
E' come picchiettare delicatamente sul muro, su tutta la superficie per sentire dove c'è un vuoto in cui si può cominciare a battere per buttarlo giù.
Si inizia ad ascoltare questo muro, con attenzione, in silenzio.
Anche lei ci parla della sua solitudine con un figlio in carcere e un marito sempre ubriaco.
Il raki, la grappa, si mangia l'umanità di molti uomini. Si aggrappano al collo della bottiglia per dimenticare la mancanza di speranza e così la uccidono definitivamente.
Le prime parole sono “non è possibile riconciliarci, qui sono tutti matti... la gente qui non cambia, cosa posso fare io, sono solo una donna, le donne non contano nulla... ”.
Noi ci attacchiamo con forza alla speranza che abbiamo dentro di noi. Ci attacchiamo alla nostra forza morale e alla fiducia nella nonviolenza. Entriamo portando con noi questa forza che speriamo sia essere abbastanza radicata da non cedere di fronte all'ondata di violenza disperata che incontreremo. A volte si esce come svuotati da questi dialoghi. A volte si esce riempiti. Basta vedere uno spiraglio di luce che filtra dal muro di odio per fare di nuovo il pieno nella nostra coscienza di questa forza morale che tiene vivo il nostro progetto.
Oggi abbiamo visto uno spiraglio e andiamo via con una promessa: questa madre proverà a incontrare l'altra famiglia per dire “mi dispiace”.
Sembra una cosa minuscola, ma potrebbe essere l'inizio di una valanga.
Questa valanga trasformatrice è la speranza che noi abbiamo.
Queste sono le Speranze che il nostro progetto sostiene.

A.