Spingendo la notte più in là

Albania

La mattina è ancora fresca, quando ci incamminiamo per raggiungere Bardhaj, sprazzi di nuvole nascondono, e a volte liberano, i volti severi delle montagne albanesi. Le strade sono un cumulo di fango e polveri volanti. Le persone si avvicendano prese dalle loro vite quotidiane, chi con il sorriso consapevole conversa amabilmente con la vicina al mercato, chi con la fronte corrucciata attraversa la strada senza curarsi delle motociclette o delle automobili che gli ruotano intorno.

Oggi è una mattinata particolare, Edi ci ha chiesto di accompagnarlo in visita alla Casa delle Clarisse, a pochi minuti a piedi dal centro di Scutari, lungo una delle vie principali.
Durante gli anni del regime di Enver Hoxha è stato un luogo di patimenti, tortura e morte per gli esponenti religiosi albanesi, senza distinzione tra cattolici, ortodossi o musulmani. Anche Edi è transitato da quest’angolo di inferno, in due occasioni: la prima di queste a soli diciotto anni, subito dopo avere commesso l’omicidio per il quale tutta la sua famiglia si trova sotto vendetta di sangue.
La prima volta che ha fatto cenno a Laura dell’intenzione di volersi recare, accompagnato dai volontari di Operazione Colomba, a visitare quella struttura, a stento ci si voleva credere, tanto sembrava un gesto clamoroso, forse eccessivamente potente. E’ stata necessaria una conferma, per prendere atto che si trattava di una richiesta ferma, e non di un’idea vaga gettata nella conversazione per caso.
Arriviamo di fronte alla casa semplice e umile della sua famiglia, in una delle zone più povere, marginalizzate e degradate della periferia di Scutari. Edi esce accompagnato da sua moglie, negli occhi uno sguardo orgoglioso e fiero, stiamo per intraprendere un viaggio, tutti noi: alla ricerca del coraggio più difficile, quello della discesa nella nostra storia personale, nel nostro vissuto, nelle nostre paure, nelle nostre emozioni irrisolte. A farci da guida in questo cammino abbiamo il timoniere più improbabile agli occhi della società, un ex-carcerato, un reietto.
Forse, penso mentre parcheggiamo l'auto di fronte all'ex carcere, anche questo fa parte del cammino nonviolento di ognuno di noi, l’essere pronti sempre e comunque a rimettere in discussione le nostre convinzioni personali ed egoistiche. Essere pronti ad avere umiltà, a non farci cogliere impreparati.
Dopo le presentazioni e i convenevoli con suor Chiara, che gestisce il museo interno, entriamo. Le stanze e i corridoi sono stati ristrutturati recentemente, e le pareti sono state imbiancate con ampie dosi di bianco, sembra di trovarsi all’interno di un paradosso. Ci prendiamo tutti simbolicamente per mano, e discendiamo nell’inferno insieme a Edi, né davanti a lui né dietro di lui, ma a fianco.
Ci mostra le sue celle, dove stavano ammassati anche più di sei prigionieri insieme, in condizioni disumane, ci mostra dove dormiva, dove ha visto morire di stenti un uomo. Sui muri, nonostante l’intonaco nuovo restano, in rilievo gli ultimi pensieri, le speranze o le preghiere dei detenuti religiosi, grida nel deserto di uomini e donne che hanno combattuto per non rimanere soli, per non sentirsi abbandonati da Dio su questa Terra.
Mi fermo e provo un senso di vergogna, sono consapevole di come inconsciamente giudicherei un assassino di un altro essere umano al di fuori di qui, ma vedendo questi luoghi mi domando quante volte Edi abbia pagato per il suo crimine, quanti gironi abbia percorso rinchiuso tra queste quattro mura, quanta solitudine e paura possa avere provato un ragazzo appena maggiorenne di fronte a tutto ciò.
Non si smetterà mai di sottovalutare abbastanza l’importanza dell’empatia, del mettersi nelle scarpe degli altri. Non la smetterò mai di sottovalutare. Non si smetterà mai di avere la presunzione di capire le persone fino in fondo. Non smetterò mai di dimenticarmi quanto ogni essere umano sia un pozzo profondo, e di quante vertigini vengano a guardarci dentro.
Oggi abbiamo fatto un passo insieme ad un uomo che la società considera un perdente, uno che ha scelto di chiudere i ponti con il mondo civilizzato. Eppure, quanti benpensanti avrebbero il coraggio di ridiscendere nei propri orrori chiusi nell’armadio? Quanto io stesso avrei il coraggio di cercarne la chiave?
Non esistono domande questa mattina, solo silenziose risposte, a cui ognuno di noi cerca di dare inconsapevolmente un senso, per sé e per coloro a cui vuole bene. Edi è un turbine di parole, sale e scende scale e gradini, uno per uno, non oso immaginare quanto sforzo gli stia costando, nonostante la sua apparente quiete. Ci descrive dettagliatamente le torture che venivano inflitte ai religiosi, ci racconta come le strade vicine al carcere venivano evitate dai passanti perché le urla che provenivano dal suo interno erano insopportabili.
Quante volte cambiamo strada di fronte alle urla dei prigionieri della nostra società? Dei prigionieri del nostro modo di vivere? Quante volte io cambio strada?
Seguiamo e ascoltiamo Edi, poi l’accompagniamo verso l’uscita, visibilmente affaticato. Suor Chiara ascolta con interesse la sua storia e gli propone di registrarla su di un nastro. Gli racconta di come molte persone abbiamo scelto di riconciliarsi con quel luogo, che abbiano scelto di liberarsi e confessarsi, alcuni anche perdonando. Una parola che assume dimensioni enormi per quel luogo.
Per quel luogo o per noi?
“Tutti noi siamo chiamati a essere testimoni di verità, nessuno escluso”. Nessuno escluso: questa frase mi rimbomba ancora dentro, a giorni e notti di distanza. Edi fa un cenno distratto di assenso e ci incamminiamo verso la nostra vettura, forse non è ancora il momento, forse non è ancora il tempo per mettere nero su bianco le emozioni di una vita. Forzare i tempi non serve, si rischiano di perdere e non apprezzare i piccoli fiori quotidiani sulla strada. Oggi abbiamo scoperto un nuovo fiore dietro ad una curva. Portiamo Edi a casa, e nel tragitto ammette: “E’ stato difficile per me”.
Il gregge di pecore pascola vicino alla strada, dove lo avevamo lasciato questa mattina, non sembrano essere cambiate molte cose rispetto al nostro viaggio di andata, eppure qualcosa di diverso c’è, un granellino di senape, piantato in noi dal più strano dei profeti.
“Non ci voglio più tornare in quel luogo, i posti cattivi rendono le persone cattive”. Edi si sbottona definitivamente, con un mezzo sorriso imbarazzato e impacciato.
Grazie Edi, perché questa mattina mi hai ricordato come ci sia sempre qualcosa di nuovo da imparare da qualcuno. Che ci sia sempre qualcuno che “fa nuove tutte le cose”.
Mi hai ricordato che non è un Dio onnipotente a doversi occupare della salvezza degli uomini terreni, ma che siamo noi, nei nostri gesti d'amore e gentilezza quotidiani che lo teniamo vivo dentro di noi, siamo noi che dobbiamo salvare la nostra umanità, il nostro granello di senape.
Grazie per avermi sbattuto in faccia, ancora una volta, il concetto che un poco della luce di Dio splende in ogni uomo, se si hanno gli occhi giusti per coglierla.

Ale

Alcune foto: http://www.operazionecolomba.it/galleries/albania/2013/2013.02.11-prigione-della-ex-polizia-segreta-sigurimi-a-scutari/