Albania
In quest’ultimo periodo sono successe tante cose, davvero tante. Forse troppe. Eventi e situazioni, relazioni e sentimenti si sono succeduti in modo dirompente nell’ultimo mese. Basta pensare che solo per onore, (accanto ad altri omicidi dettati da altre cause) ci sono stati 6 episodi di sangue che hanno portato alla morte una decina di persone e al ferimento di altrettante.
Molte di queste persone non le conoscevo nemmeno, e non sono mai stato nei luoghi dove sono successi i fatti.
Il fatto tragico che ha invece coinvolto una famiglia che seguivamo ci ha segnato molto e ci ha richiesto tante energie e molto tempo.
Abbiamo condiviso intensamente, siamo stati nei momenti principali dove sovrani regnavano il dolore della perdita e l’angoscia per il futuro. Abbiamo macinato km e km per accompagnare persone, per recarci nei luoghi dove si svolgevano i vari eventi, per visitare quotidianamente le famiglie coinvolte che conoscevamo. Abbiamo assistito al saluto finale di una ragazza di soli 17 anni e di un signore di 70 anni, rispettivamente nipote e nonno.
Siamo stati lì, non solo per rispetto alle famiglie segnate dal lutto ma forse anche per cercare di capire di più, di preciso cosa non so.
Eppure a me questo non basta, non mi sento soddisfatto, non mi sento nella posizione di dire: “Abbiamo fatto quello che potevamo fare”. In alcuni momenti mi sono sentito sconfitto e impotente e questo non posso negarlo. E ancora adesso porto gli strascichi del malessere provocati da questa sensazione e frustrazione. È qualcosa con cui devo far i conti e gestire, perché sì, la vita va avanti e i vivi rimangono ancora per un po’.
Di quelli che rimangono in vita bisogna occuparsi perché non se ne vadano anche loro prima del tempo, precocemente. E poi lo senti proprio che la gente vuole provare speranza anche se dispera, vuole sentire e credere che ci sia una possibilità di un alternativa diversa anche se non la vede e non la crede possibile.
Eppure qualcosa, quel 14 giugno (il giorno in cui è successo l’omicidio della ragazza e di suo nonno), è cambiato dentro di me.
Non so ancora di preciso cosa e non so a cosa porterà. È come se avessi raggiunto un punto di non ritorno nel cammino verso la consapevolezza di volerci essere e stare in questa situazione, dove le persone si odiano a tal punto da volersi eliminare l’uno all’altro senza nemmeno esentare dalla folle vendetta coloro che hanno solo la colpa di essere parenti di coloro che hanno commesso un torto considerato irreparabile o un omicidio.
In questo periodo, dove le domande si rincorrono e le risposte tardano ad arrivare e molte volte provi la paura di aver smarrito la strada, (quella che credi ti porti nella giusta direzione), arriva come sempre lei: la relazione.
Sì la relazione personale, quella autentica, quella che ti fa far fatica (e a volte soffrire) però allo stesso tempo è l’obiettivo e la ricompensa di mille incontri e di tante rincorse (e di tanti km macinati). Sì quella relazione lì, che compromette e non consente di ritornare più indietro, perché una volta che hai incontrato qualcuno e lo hai conosciuto ne sei responsabile.
Quel tipo di relazione, in altre parole, che crea legami e reciprocità e regala la sensazione di essere davvero importanti e significativi per qualcuno.
Una relazione che è una avventura, fatta di condivisione quotidiana e di messa in discussione personale.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una delle espressioni più ricche che l’esperienza in questa terra frammentata (l’Albania) mi abbia regalato.
Eravamo in visita alla famiglia che ha subito da poco l’uccisione di alcuni familiari per vendetta di sangue. Ci raccontano che temono ulteriori ritorsioni anche se adesso dovrebbe toccare a loro vendicare. Infatti per strategie folli e calcoli spietati sono comunque a rischio perché adesso il loro fis (clan familiare/ famiglia allargata) è più debole non avendo molti uomini ed essendo l’altra famiglia più ricca.
Al termine della visita ci scambiamo reciprocamente le consuete frasi di congedo della tradizione. Ad un certo punto Flora, la moglie del capo famiglia, aggiunge: “Grazie a voi che vi mettete in queste faccende di ignoranti montanari e così facendo ci consentite di perdere un po’ di dolore insieme”. Questa frase di Flora l’ho pensata migliaia di volte in questi ultimi tempi ed è diventata il faro che illumina i momenti più bui della mia esperienza e delle mie fatiche.
Mi sono anche detto: “e se fosse proprio questa la strada, quella che fa la differenza tra l’esserci e il non esserci, tra il senso e il non senso?” E ancora: “ e se la nostra ricchezza come volontari fosse proprio quella di consentire alle persone di perdere il dolore che angustia l’esistenza e spesso non fa dormire la notte?” Da quel giorno, quella frase è diventata il nostro leitmotiv, e una delle nostre linee guida nell’azione, nel cammino faticoso di dare speranza.
Marcello




