Albania
Fin dall’inizio della nostra presenza nella regione montuosa di Tropoja, ci siamo stabiliti a Fierza-Dushaj, in una parte di questo piccolo comune soprannominata e conosciuta dagli abitanti della regione come “zona B”.
Una delle principali caratteristiche della “zona B”, oltre che un enorme discarica di rifiuti a cielo aperto, è una serie di palazzoni fatiscenti in stato di abbandono degni dell’epoca in cui furono costruiti: il periodo della dittatura comunista di Enver Hoxha.
La scelta di questo luogo dove fissare la nostra dimora non fu solo dettata dal fatto che era a buon mercato ma anche dall’intuizione che mi fulminò quando venimmo per la prima volta a Fierza ospite insieme ad altri volontari, nell’appartamento vuoto e decadente, della figlia di un bajractar che in quella circostanza eravamo andati a trovare. L’intuizione, fu questa: “Questo sarebbe il luogo ideale per una presenza dei volontari di Operazione Colomba, considerata la desolazione, l’abbandono, la disperazione e il livello di ingiustizia subita dalla gente che vive qui”.
Infatti, questa piccola località albanese è un concentrato di bisogni umani insoddisfatti, di ingiustizie subite, di sopraffazione che regna sovrana, oltre che essere situata in un area del Paese dove vi sono numerose famiglie in vendetta di sangue, alcune delle quali sono rimaste residenti mentre altre sono emigrate in centri urbani come Scutari, Durazzo, Tirana in cerca di un destino migliore.
Da allora (un anno e mezzo circa), via via col passare del tempo in maniera sempre più continua, siamo presenti in questo luogo come base operativa per poter meglio condividere la vita delle famiglie in vendetta di sangue che abitano nei villaggi della circoscrizione.
La scelta di vivere in questa zona ha portato numerosi benefici in quanto a credibilità.
Molti ci danno fiducia e aprono le porte delle loro case proprio perché viviamo in una delle zone più povere e malfamate del territorio e non ci facciamo problemi se dobbiamo riempire l’acqua alla fonte e portarla su al quarto piano della nostra abitazione (naturalmente senza ascensore), oppure se dormiamo per terra e per mesi abbiamo vissuto senza avere le finestre in casa.
La condivisione della vita e degli spazi vitali con gli abitanti del piccolo quartiere non è stata affatto semplice e scevra da difficoltà e incomprensioni.
Infatti, come in tutti i luoghi dove le risorse sono scarse ed è facile la “guerra tra i poveri”, ben presto sono nati i conflitti per l’acqua della fonte oppure per il luogo dove parcheggiavamo la nostra macchina oppure perché davamo attenzione e ascolto ai bambini e ai pochi ragazzi egypt (i gitani albanesi) che vivono la condizione di emarginati tra emarginati. E il nostro essere italiani non aiutava le cose, visto che suscitava in molti l’ossessione e la frustrazione perché non sono riusciti ad emigrare e a scappare da quel posto sperduto dove la miseria, l’abbandono e l’isolamento giocano brutti scherzi alla salute mentale e fisica.
Anche noi, come spesso capita ai nuovi arrivati nel condominio oppure agli immigrati nel quartiere o nella città, siamo stati considerati responsabili di ogni sorta di inconvenienti che capitavano nella piccola comunità.
Anche noi abbiamo percepito di essere stranieri tra gli stranieri e la sensazione di non essere voluti si è fatta spesso presente.
Come quando una nostra volontaria, che era andata a riempire l’acqua alla fonte e stava sciacquando alcuni recipienti per lavare i panni, è stata vittima di un aggressione verbale molto feroce e attuata con veemenza da parte di una donna che gestisce a pochi metri della fonte un piccolo chiosco.
La donna, (poco dopo, definita molto simpaticamente “la cicciona”) si è scagliata contro la volontaria perché vedendola di carnagione scura pensava fosse egypt e per giunta “stava con gli italiani”.
La colpa della ragazza era quella di usurpare alla donna del chiosco, nelle ore a lei riservate, il posto nella fonte d’acqua (pubblica).
Per fortuna l’aggressione verbale non è degenerata in aggressione fisica anche se ci si è andati molto vicino e la povera malcapitata è dovuta darsela a gambe dopo aver visto la donna andare a prendere dei sassi per scagliarglieli addosso!
Noi volontari che abitavamo lì da più tempo e conosciamo la lingua, non eravamo in quel momento presenti perché impegnati in un'altra visita. Avvisati per telefono dell’accaduto, siamo ritornati velocemente a casa. Insieme ad un'altra volontaria sono andato al chioschetto dell’autrice dell’aggressione e ci siamo seduti al tavolino chiedendo spiegazioni dell’accaduto alla donna e del perché avesse reagito in quel modo. La donna era molto agitata, ci ha ascoltato e ha avanzato scuse a sua discolpa affermando fondamentalmente che la responsabilità era nostra perché non rispettiamo i turni per andare alla fonte dell’acqua.
Inutili sono stati i tentativi di spiegare alla donna che non eravamo a conoscenza di turni per andare a prendere l’acqua e che in tal senso ci eravamo proprio per questo informati con gli abitanti del quartiere per evitare incomprensioni.
Abbiamo aggiunto che avrebbe potuto comunicare alla volontaria che stava sbagliando ed esprimere in modo più sereno le sue ragioni.
Ma la donna non volle sentire ragioni, noi eravamo nel torto e in più la ragazza era di carnagione scura e quindi egypt. Nulla da fare, c’è ne siamo andati.
Nei giorni successivi continuiamo la nostra vita normalmente e salutiamo la donna mostrandole di non portarle rancore e continuando a giocare e chiacchierare con i suoi figli, ma lei sembra ignorarci. E cosi continuiamo a fare nei mesi successivi ovvero a non mostrare ostilità né con lei né con gli altri abitanti del quartiere che nel frattempo si erano schierati quasi tutti con le ragioni della donna.
Sembrò che lei fosse rimasta attaccata al suo atteggiamento ostile e aggressivo nei nostri confronti.
Un giorno, più o meno il mese scorso, uscivo dalla casa per andare in macchina e quando vidi la donna della fonte la salutai sorridendo (come di consueto facevo).
In questa occasione, sorprendentemente, mi salutò sorridendo a sua volta e mi invitò nel suo chioschetto. Mi fece sedere nel tavolino e si sedette con me.
Bevemmo insieme un succo di frutta e parlammo, le chiesi come stava lei e i suoi bambini. Lei rispose alle mie domande e mi domandò altrettanto.
Dopo che ebbi finito di rispondere, cominciò a ricordare dell’aggressione avvenuta nei mesi precedenti e mi chiese scusa per questo aggiungendo che era molto dispiaciuta e che l’aveva fatto solo perché era nervosa e stressata dalle preoccupazioni della vita quotidiana.
Poi aggiunse: “questo posto ti spegne i sogni e la voglia di vivere e di fare e non puoi fare altro che buttare dentro tutte le ingiustizie e le prepotenze dei più forti e le sfoghi come puoi e con chi non ti può far del male”.
Dopo questo, mi continuò a parlare delle sue difficoltà, del fatto che deve crescere da sola cinque figli e che ha tante preoccupazioni per loro essendo vedova.
Mi confidò che in giro la considerano matta e pochi le si avvicinano per questo motivo e che hanno paura di lei.
Non è stato un dialogo lunghissimo, una ventina di minuti, il tempo giusto di sorseggiare con calma quel succo di frutta divenuto motivo di incontro inaspettato.
Dopo averle spiegato ancora una volta il motivo della nostra presenza lì, quello che cerchiamo di fare e di condividere, la salutai ritornando dagli altri che mi aspettavamo in macchina. Subito dopo pensai: ”Ho appena ho avuto un incontro con chi consideravamo e consideravo un “nemico”.
Si un “nemico”, da salutare e a cui rispondere con la nonviolenza, ma sempre un “nemico”.
Ora che ci siamo incontrati e questa donna ha condiviso parte della sua sofferenza con me, non siamo più due persone lontane ma vicine”.
Questo incontro e la sopraggiunta consapevolezza mi fa nuovamente ripetere, come un anno e mezzo fa,: “Qui è proprio il posto di Operazione Colomba!”
Marcello
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