Albania
Gjni di 10 anni vive con la sua famiglia nella periferia di Scutari, una zona della città dove le strade non sono asfaltate, non vi sono le tubature dell’acqua che arrivano in casa e mancano servizi essenziali come i trasporti pubblici, un ospedale, la scuola superiore. Inoltre, questa zona della città è caratterizzata da abusivismo edilizio, isolamento sociale e la presenza di piccola e media criminalità organizzata, insomma il luogo ideale per chi vuole farsi giustizia da solo, considerata la totale assenza delle istituzioni. Ebbene, in questo luogo, sono concentrate numerose famiglie coinvolte nella vendetta di sangue: famiglie ngujuar (inchiodate), cioè che aspettano la vendetta di sangue e famiglie che devono prendere il sangue cioè devono vendicarsi perché è stato ucciso un loro familiare. Molte famiglie scappano dal loro villaggio di origine (di solito dalle montagne del Dukagjini o di Tropoja) e approdano a Scutari per vivere in maggiore tranquillità lontano dagli occhi della famiglia rivale. Ma in una città come Scutari la vita non è facile e spesso le ristrettezze economiche e gli stenti accompagnano la vita quotidiana di questa gente.
Ho conosciuto Gjini e la sua famiglia 2 anni fa perché in vendetta di sangue e da allora abbiamo cercato di fare un percorso insieme a tutta la famiglia mirato alla conoscenza, alla crescita della fiducia reciproca, alla condivisione della loro sofferenze e fatica esistenziale. Certo che di strada ne abbiamo fatta! Se penso agli inizi, alle prime visite in cui balbettavo qualche parola in albanese e vedo come è il nostro rapporto adesso non posso che esclamare con meraviglia: “quanta strada fatta insieme!”, ma allo stesso tempo: “quanta strada da fare ancora”…
Tuttavia, quando penso a Gjini e alla sua famiglia, alla loro storia e alla loro vicenda familiare mi invade un lancinante senso di inquietudine e numerose domande affollano la mia mente. Si proprio così. Non riesco a darmi pace. Penso alla mamma di Gjini, Aferdita, picchiata continuamente dal marito Arben, che va a lavorare in una fabbrica di scarpe per otto ore al giorno per l’equivalente di 100 euro al mese. Un giorno ha detto “Non c’è la faccio più, se continua così, lo uccido”(riferendosi ad Arben). Penso ad Arben, uomo piccolo di statura minuta, spesso ubriaco, che utilizza la maggior parte del denaro, che guadagnano la moglie e la figlia Luna nella fabbrica di scarpe, per trascorrere ore interminabili al bar. Penso alla sua fragilità, alla violenza e alla rabbia che si porta dentro e che sfoga contro la moglie e i suoi figli.
E come non parlare di Manuela di 12 anni, l’altra sorella di Gjini, costretta a non andare a scuola perché, visto che si sta sviluppando fisicamente, suo padre ha deciso che è il momento per non farla uscire da sola e farle frequentare altri coetanei. Mi viene in mente il suo mutismo quando un giorno è stata vista con una bruciatura sulla guancia, trasformatisi in seguito a segno permanente sul viso, e gli hanno chiesto “cosa ti è successo?”. La mamma poi raccontò che il padre ha dato a Manuela un ceffone talmente forte da scaraventarla fino alla stufa a legna rovente, causa della cicatrice. E infine penso a Gjini, ai suoi occhi tristi e arrabbiati, alla sua irrequietezza “pacata”, al suo comportarsi già da uomo adulto e responsabile dinanzi alle sue sorelle che deve sorvegliare su mandato del padre. Quando lo vedo, immagino la sua infanzia, la sua vita quotidiana. Immagino la paura che deve provare quando assiste alle violenze impartite dal padre verso le donne e le bambine della sua casa. A volte, mi vengono i brividi perché mi vengono in mente le parole di Gjini ad un educatore: “Io voglio diventare grande perché così posso prendere la pistola e uccidere mio padre”. Dinanzi alla crudezza di queste parole, gravide di rabbia, rimane solo lo sconcerto e la tristezza di fronte ad una giovane vita violata nel suo diritto ad essere tale e già consumata dalla rabbia e dall’odio. Non riesco ad aggiungere altro e purtroppo non posso strapparlo dalla triste realtà in cui è immerso. Posso soltanto condividere un pezzettino del suo dolore profondo espresso in quelle terribili parole.
Attualmente la famiglia di Gjini è riconciliata. Arben, autore di due omicidi, ha pagato del denaro per ottenere il “pajtimi” (la riconciliazione delle famiglie in vendetta). Quindi adesso lui e i suoi familiari non sono obbligati a stare chiusi in casa o a uscire con circospezione per paura di essere a loro volta uccisi. Ma che “riconciliazione” è stata? Quali effetti benefici ha prodotto? La rabbia e l’odio di Arben sono rimasti intatti nonostante l’avvenuta riconciliazione. Ma d’altra parte, che percorso ha fatto Arben per superare il suo odio e la sua ostilità contro la vita, contro tutti e tutto, ostilità così immensa da provocare danno alla salute dei suoi congiunti, sangue del suo sangue? Nulla. Arben è rimasto come prima, anche se si è riconciliato ed è rimasto ingabbiato nel suo odio scellerato, nonostante l’avvenuta riconciliazione, che di per sé dovrebbe essere evento in cui la persona si rappacifica con sé e con gli altri e in forma simbolica con tutta la comunità.
Tutto questo mi fa pensare che senza un percorso di superamento della rabbia e del dolore le persone coinvolte nelle vendette di sangue (sia quelle “ngujuar”, che quelle che devono prendere il sangue) difficilmente perdoneranno nel profondo del loro cuore e avranno degli effetti concreti di miglioramento sulla qualità della loro vita relazionale e sociale, e sul senso di autostima personale. Come volontari, uno degli impegni che si cerca di portare avanti è proprio quello di promuovere dei percorsi in cui le persone, camminando insieme a noi, arrivino a liberarsi e a superare l’odio, spesso dimenticato per molti anni, che covano nella profondità del loro essere. E pian piano i germogli di questo lungo lavoro che si è avviato con alcune famiglie e si sta avviando con altre si cominciano ad intravedere… per così dire: lentamente si avanza.
Marcello




