Baskim

Albania

Baskim ci accoglie con modi semplici, di un uomo che avrebbe tante cose da chiedere ma ormai è senza aspettative. Mi ricorda tanto mio nonno: capelli bianchi, occhi attenti, mani grosse, vestito elegante. Ci ascolta grattandosi il mento e annuendo ogni tanto. Ci interrompe per raccontarci di sé: accompagnava i giornalisti in “zone calde” durante la guerra in Kossovo del 1999.

Non gli importava per quale giornale scrivessero, l’importante era dar loro modo di trasmettere notizie.
Il figlio di Baskim è stato ucciso qualche anno fa. Le versioni di com’è avvenuto l’omicidio si sprecano. Non capisco dove sia la verità ma di sicuro so molto bene dove abita il dolore. Gli occhi di Baskim sono stanchi ma determinati. Tutte le mie sentenze e la mia tendenza a dividere il mondo in buoni e cattivi, davanti a Baskim svaniscono.
Nel momento del nostro incontro esisteva solo Baskim con il suo dolore così umano, paterno, assetato di giustizia, legittimo, comune.
“Sto vivendo nella disperazione, dentro una situazione tormentata e così sono diventato un uomo cattivo”. Sono parole sincere, coraggiose le sue.
Mi chiedo dov’è la cattiveria in quest’uomo. Mi chiedo com’era Baskim prima dell’omicidio di suo figlio. Non credo che si vendicherà: sa benissimo quanta altra sofferenza può provocare, lui ne ha provata fin troppa.
Ho l’impressione che riuscirà a dire addio a suo figlio solo quando la verità sulla sua morte verrà a galla.
Lui, la sua verità, quella che fa del figlio una vittima raggirata e perseguitata, se l’è già preconfezionata. Ma non si accontenta della sua versione, lui vuole sapere come è andata davvero quella giornata che ha rovinato la vita a due famiglie. Anche se, probabilmente, non gli piacerà. E poi, promette, perdonerà.
Non credo sia umano perdere un figlio, senza poi sapere nemmeno come e perché... e non basta sapere che “è giusto perdonare” per farlo. La ferita di Baskim potrà essere ricucita in parte grazie alla verità, grazie a qualcuno che, guardandolo negli occhi, gli chiederà perdono.
Quando lo salutiamo ci dice che a casa sua dobbiamo sentirci come a casa nostra. Per me è un onore, un dono. Quando gli stringo la mano non mi guarda negli occhi. È sfinito, non ne può più di tutti quegli sguardi curiosi e comprensivi. Troppo insormontabile mi sembra quello sconforto. Sono stanca anch’io.

Laura