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REPORT SULLE VENDETTE DI SANGUE PRODOTTO DALL’UFFICIO PER I RIFUGIATI E GLI APOLIDI IN BELGIO

report belgaLa Commissione Federale che riceve e decide delle richieste d’asilo politico in Belgio ha incontrato a marzo i volontari di Operazione Colomba a Scutari, in Albania. Negli ultimi anni, molti albanesi hanno, infatti, fatto richiesta di asilo in Belgio a causa del loro coinvolgimento nel problema delle vendette di sangue. Alcuni membri della Commissione hanno, quindi, preso parte ad una missione di accertamento dei fatti in Albania a marzo di quest’anno. Lo scopo della missione è stato quello di raccogliere informazioni relative al fenomeno delle vendette di sangue per approfondirne la comprensione.
Durante l’incontro con i volontari, la delegazione belga ha avuto la possibilità di conoscere le attività che Operazione Colomba porta avanti dal 2010 sul campo e la sua esperienza allo scopo di comprendere come si manifesta il fenomeno oggigiorno, qual è la sua distribuzione geografica e numerica e quale potrebbe essere la sua soluzione.
Inoltre, i membri della delegazione hanno incontrato alcuni rappresentanti delle istituzioni Albanesi e di altre associazioni presenti in loco per affrontare anche con questi ultimi il tema delle vendette di sangue. (altro…)

Un anno fa si concludeva la campagna per la riconciliazione contro le vendette di sangue

Il 30 settembre del 2016 vicino a Tirana si concludeva la campagna per la riconciliazione contro le vendette di sangue promossa da Operazione Colomba in Albania. E’ stata dedicata una targa alle vittime di questo fenomeno come luogo in cui fare memoria. La targa è custodita all’interno del Palazzo della Cultura di Kamez. Questo simbolo aiuta a non dimenticare che ancora oggi questa piaga sociale viola i diritti fondamentali dell’uomo. Anche oggi lavoriamo con gli stessi obiettivi: fine del fenomeno attraverso la promozione di percorsi di riconciliazione e perdono.

La Corte d’Appello di Ancona accorda la protezione internazionale per motivi umanitari a un richiedente albanese

sentenza-5La Corte d’Appello di Ancona accorda la protezione internazionale per motivi umanitari a un richiedente albanese, al quale era stata negata in primo grado. La decisione è di grande importanza poiché riconosce che forme di giustizia consuetudinaria, come il fenomeno della vendetta di sangue secondo l’antico codice del Kanun, possono essere motivo di richiesta di tutela internazionale.
Inoltre la sentenza riconosce esplicitamente l’esistenza e la pericolosità sociale di un fenomeno che “attribuisce ai familiari della vittima di un omicidio […] due ipotesi di sanzionamento, o l’eliminazione fisica dell’autore dell’omicidio, o il trattamento inumano della coatta reclusione all’interno delle mura domestiche e quindi l’eliminazione “sociale” della persona che deve essere punita”.

Da meltingpot un approfondimento sulla sentenza

Report attività Febbraio 2017

report febbraio per blogoSituazione Attuale

Questo mese la polizia albanese è riuscita a fare numerosi passi avanti rispetto alle indagini che riguardano un caso di hakmarrje (omicidio per onore) iniziato nel 2016. Il conflitto è scoppiato ad Elbasan e i protagonisti sono due clan. Questa guerra tra famiglie ha comportato l’uccisione di 5 persone e il ferimento di altre 7. I risultati delle indagini non sono stati resi del tutto noti, ma sembra che uno dei principali autori dei crimini sia stato identificato. Questo fatto lascia sperare che le indagini possano chiarire anche altri atti di vendetta. Inoltre, all’inizio di febbraio, in Kossovo un uomo di Tropoja ha investito con l’auto 3 persone, uccidendone una. Durante i funerali, la famiglia del ragazzo ha deciso di perdonare l’autista e la sua famiglia per evitare l’escalation del conflitto. Il gesto distensivo compiuto denota come le usanze tradizionali possano essere ancora utilizzate per evitare il proseguimento delle faide.

Condivisione, lavoro e novità sui volontari

Frequentando quotidianamente le famiglie in vendetta, abbiamo modo di constatare sempre più spesso come il nostro intervento sia prezioso non solo per mediare i conflitti, ma anche per altri motivi. Per esempio, abbiamo effettuato diversi incontri con una psicologa per decidere come intervenire in una situazione di violenza domestica causata dalla dipendenza dall’alcol del capofamiglia.
Inoltre, alcune visite di monitoraggio ci hanno permesso di continuare a seguire la situazione di vendetta di un giovane richiedente asilo in Italia.
Questo mese abbiamo anche sostenuto la difficile situazione socio-sanitaria che stanno attraversando due famiglie in vendetta, attraverso accompagnamenti in ospedale destinati ai loro figli. Le visite hanno avuto lo scopo di favorire l’ottenimento di un contributo economico a due bambini che, oltre a vivere in condizioni critiche per il problema della vendetta, si sono visti revocare l’aiuto statale. Durante l’accompagnamento le due mamme si sono incontrate e si sono confrontate, sia sulla loro situazione di vendetta, sia sulle rispettive condizioni di vita. Ne è sorto così un interessante scambio di opinioni e ne è scaturita una profonda empatia.
Il confronto e la solidarietà nascono anche attraverso lo sport. Per questo abbiamo organizzato una partita di calcetto tra il gruppo di ragazzi in vendetta che seguiamo e i giovani della Comunità terapeutica della Comunità Papa Giovanni XXIII. Lo sport serve anche a creare maggiore relazione con i volontari presenti in progetto. A tal proposito, ringraziamo Anna per il suo affetto e le parole di coraggio che hanno scaldato le case delle nostre famiglie negli ultimi tre freddi mesi invernali in Albania. Grazie anche a Sara e Giulia, che continuano a ritornare nella loro casa albanese, nonché a Daniele e Mirjona, che, ritornando nel progetto, continuano a portarlo avanti.

Rapporto con le istituzioni e lavoro in rete

Siamo stati contattati da un delegato del Ministero della Giustizia che sta cercando di fare chiarezza sul fenomeno delle “vendette di sangue” e sul rilascio dei certificati che attestano l’appartenenza a famiglie in vendetta. Notiamo che c’è interesse istituzionale su questo fenomeno e pertanto potrebbe essere il momento giusto per fare nuovamente pressione sul Parlamento albanese e per portare a implementazione la legge del 2005 sulla creazione di un Consiglio di Coordinamento contro il fenomeno della “vendetta di sangue”.