Dicembre 2013

CONTESTO GENERALE

E’ arrivato dicembre portando con sé l’inverno e il freddo. In pochi giorni il clima caldo dei mesi scorsi ha lasciato posto a grandi nuvole, vento e pioggia. Finalmente arriva, si diceva, la pioggia che bagna i campi. Ma nessuno avrebbe mai pensato che da lì a poco sarebbe passata la più grande nevicata degli ultimi cinquant’anni. E così è arrivata la neve. Le persone del villaggio, non abituate alle distese imbiancate, hanno trovato nella nevicata una buona ragione per stare vicine alle proprie famiglie. Stretti intorno al fuoco ci si è scaldati in vari modi, chi avvicinandosi alle braci ardenti, chi bevendo del tè caldo e chi ascoltando una storia appassionata. Naturalmente questo non vale per i bambini, non è possibile che stiano fermi quando c’è la neve, infatti fin dai primi fiocchi si sono riversati per le strade e hanno continuato i loro giochi per giorni e giorni. Ma la nevicata non per tutti è stata una festa. Diverse famiglie, specialmente nei villaggi vicini At-Tuwani, hanno avuto problemi e danneggiamenti alle proprie case. Il peso della neve e il forte vento hanno divelto tetti e abbattuto finestre. Purtroppo la precarietà di queste abitazioni è data dalla stessa impossibilità nel metterci mano per sistemarle (impossibilità dipesa dalla legge israeliana), ed è stato inevitabile che alcune famiglie rimanessero esposte alle intemperie della tormenta. I volontari hanno trovato giusto, incamminandosi per le colline sotto il vento e la neve sferzante, andare incontro a queste persone e per quanto possibile riscaldarle con la loro presenza.
Forse anche per il cambio di clima, dicembre ha concesso una certa tranquillità per quanto riguarda gli interventi di coloni e militari. I palestinesi quindi si sono visti impegnati nei lavori di aratura della loro terra, lavoro necessario per procurarsi poi il mangime per le pecore. Qui esistono due modi per arare, uno servendosi del trattore, comodo e veloce, l’altro impiegando l’asino. Il secondo metodo, sicuramente quello più impegnativo, richiede una gran pazienza e molte energie, infatti la parte di terra che dev’essere arata viene percorsa per tutta la sua superficie, avanti e indietro fino a che un singolo sottile solco si trasformi in un bel campo arieggiato.
Come nei mesi scorsi sono continuate le azioni ad Umm Al Arays, sul posto i palestinesi sono stati sempre fermati in anticipo con la scusa della zona militare chiusa. Ma non per questo il morale si è andato a perdere, infatti anche con il limite imposto sulla terra, i palestinesi hanno pensato bene di organizzare partite di calcio e fuochi per scaldarsi, il tutto di fronte alle fila di militari indispettiti.

CONDIVISIONE E LAVORO

Con il respingimento alla frontiera di A. fin da subito il gruppo ha preso coscienza di quanto fosse importante non scoraggiarsi. Ci si è guardati negli occhi con il pensiero comune: “Adesso ancor più di prima è richiesto il nostro impegno e presenza” e si è tirato dritto, restando piantati nel presente. A. seppur respinto ha portato slancio e non cordoglio.
Durante il mese ci sono stati vari rientri in Italia da parte delle nostre colombe; il lavoro è rimasto lo stesso e di conseguenza c’è stata la perdita di quel prezioso tempo che prima veniva dedicato alle visite ai villaggi vicini e a quelli della cosiddetta Firing Zone 918. Si è cercato comunque in ogni occasione di far sentire la nostra vicinanza a queste famiglie.
Questo mese il Comitato ha deciso di organizzare un incontro ad At-Tuwani con i vari gruppi di internazionali che operano nella zona. Durante il ritrovo si è parlato dell’importanza di mantenere una stretta collaborazione tra tutti i gruppi, sia sul piano sociale che su quello lavorativo. Si è anche ribadita l’importanza della presenza di internazionali in Firing Zone 918. Nei giorni successivi all’incontro i volontari di Operazione Colomba si sono occupati del coordinamento dei vari gruppi, accompagnandoli e introducendoli ai villaggi della zona.
Verso fine mese ci ha raggiunto un compagno dall’Italia dopo una lunga odissea di aeroplani, confini e taxi. Con il suo arrivo si è scongiurata la possibilità di sospendere il progetto, rincuorando così i volontari, i palestinesi e l’intero progetto.

R-ESISTERE

La strada sbagliata.
Questo mese i volontari di Operazione Colomba hanno subito un attacco da parte dei coloni. Di facciata quest’episodio potrebbe passare nella norma (purtroppo sì), se non fosse che i coloni erano dei bambini. I due volontari che si sono trovati sotto la pioggia di sassi fortunatamente non sono stati colpiti. Ma qualcos’altro, forse di più pesante, li ha toccati nel profondo: hanno provato a immedesimarsi in quei piccoli coloni, di non più di dieci anni, chiedendosi cosa li spingesse a commettere quella violenza. Si è pensato che la loro educazione, fin da piccoli, fosse influenzata fortemente dalla strada presa dai loro padri. Si è anche pensato che non avessero ben presente il quadro completo della situazione, mentre le loro piccole mani scagliavano quelle pietre, e che fossero ignari dell’odio quello più profondo che spesso percepiamo in queste colline. Chi se non i bambini rappresentano il ritratto dell’innocenza? Con questi pensieri in testa ci siamo chiesti, ma possiamo fargliene veramente una colpa? Lo sappiamo, i bambini non dovrebbero fare altro che giocare, scherzare e ridere tra loro tra i loro mondi. Abbiamo provato molta tristezza nel vedere quella violenza trasformata in gioco, che di gioco non ha proprio niente. Ma probabile sia così da decenni, come un gatto che si mangia la coda, che si nega la possibilità di ripensare alla proprie azioni. Il futuro visto da quest’ottica può spaventare, ma la scelta che hanno fatto i palestinesi delle colline a Sud di Hebron sta scardinando questo circolo vizioso. Il regalo più grande che si stanno facendo è la speranza, credere che la nonviolenza possa far sentire la sua forza oltre a tutti i paletti e confini che gli israeliani si stanno creando. Tutto questo per un futuro di stabilità e sicurezza, per un’azione che, seguendo la strada giusta, possa trasformarsi in una convivenza pacifica.