Operazione Colomba ad Haifa

L'Operazione Colomba, Corpo di intervento Nonviolento in zone di conflitto dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, opera da oltre dieci anni in diverse guerre nel mondo dove, condividendo le sofferenze delle vittime senza distinzione alcuna, promuove azioni di interposizione, accompagnamento, denuncia, animazione, sostegno e difesa dei diritti umani: lenire le ferite e ricostruire i ponti del dialogo, creare dal basso concreti spazi di riconciliazione, perdono e pace, questo l'obiettivo dei volontari dell'Operazione Colomba.
Già presente nel conflitto Israelo-Palestinese con due progetti in Cisgiordania, provocata da quanto sta accadendo tra Libano ed Israele, si è recata in questi giorni ad Haifa.

"Ancora una volta è stata la gente incontrata per strada a darci le chiavi di lettura della situazione in nord Israele" questo il primo commento dei volontari dell'Operazione Colomba arrivati ad Haifa una settimana fa. "Una città desolata, tutti i negozi chiusi… solo qualche lavoratore che sta per la maggior parte del tempo chiuso in ufficio".

Haifa, terza città d'Israele per numero di abitanti, è sopratutto un porto commerciale e turistico intorno al quale si è sviluppato il più importante centro industriale dello Stato. Intorno è nata una zona industriale nella quale sono sorti gli impianti di raffinazione del petrolio proveniente dal Mar Rosso. La città è suffragata da un vecchio detto secondo il quale a "Tel Aviv ci si diverte, a Gerusalemme si prega e ad Haifa si lavora".
Ad Haifa, che negli anni si è conquistata la fama di "città tollerante", vivono 260.000 persone di cui 230.000 ebrei, 9.000 mussulmani e 19.000 arabi cristiani, un terzo dei quali di culto greco-ortodosso.
"Mentre camminavamo per strada" continuano i volontari "è arrivato il primo allarme Katiuscia. Siamo entrati in un negozio di generi alimentari dove abbiamo avuto la prima percezione della paura della gente nel volto di una ragazza che spaventata si è fatta il segno della croce in attesa che la sirena cessasse di suonare. Ci hanno spiegato che si poteva uscire solo dopo 5 minuti dalla fine dell'allarme, perchè i missili vengono sparati in serie e tra il primo e l'ultimo vi è uno scarto di tempo. La seconda sirena è arrivata mentre eravamo in visita al Centro di Beit Hagefen Arab Jewish, un centro interculturale che vede riunita insieme in vari progetti gente di diverso credo e cultura. Il terzo allarme è arrivato mentre eravamo vicini ad una fermata dei bus, abbiamo trovato riparo seguendo una coppia con una bimba sotto la tettoia di una casa. Questa è la vita oggi ad Haifa, dove ogni luogo può diventare un rifugio."
"Siamo stati poi fermati per strada da una signora che abbiamo scoperto solo in seguito essere stata ferita durante lo scoppio del Katiuscia caduto nel giardino delle vicine Suore del Rosario qualche giorno fa. Si percepisce ancora molta paura nel suo volto e nella sua voce per quello che è successo e sta succedendo. Ci siamo intrattenuti con lei a parlare per un po', appare chiaro che non vuole restare sola e che è vivo il trauma per essere stata ferita in casa... luogo che considerava sicuro!".
"La visita all'Ospedale di Haifa è però quella che ha dato più senso al nostro viaggio" commentano i volontari "siamo andati a trovare Roberto Punzo, capitano dell'aeronautica impegnato nella missione IFIS dell'ONU ferito in Libano. E' stato felice di vederci e di parlare un po' con noi. Gli abbiamo parlato dell'Operazione Colomba e dei nostri progetti in Kossovo, Palestina e Uganda".
"Rimaniamo poi stupiti nel vedere la reazione dei parenti e degli amici dei soldati israeliani feriti, ricoverati nel suo stesso reparto. In una stanza vicino a lui c'è un militare israeliano che avrà si e no 19 anni e che non ha più le gambe. Intorno a lui non c'è tristezza. Ha servito la Patria e questo sembra essere il più grande onore per un israeliano. Gli amici suonano la chitarra, portano dolci, palloncini e non c'è tristezza visibile neanche nei parenti."
"Siamo dunque andati a visitare anche noi i soldati israeliani feriti sul fronte, non è stato facile" ci raccontano i ragazzi "mentre ci tornavano in mente certe immagini di sofferenza, distruzione e morte, come quelle del sud del Libano,  avevamo la chiarezza nei nostri cuori che la sofferenza non ha colore, che nel dolore siamo tutti uguali, bisognosi di aiuto e che pertanto la solidarietà non deve avere né confini né fare distinzioni; non è questione di neutralità rispetto alle parti in conflitto" ci ripetono "che a volte, di fronte ad un'ingiustizia, è persino sbagliata, ma di "equivicinanza" di fronte al dolore umano… e noi eravamo lì per portare la nostra solidarietà e il nostro sostegno all'uomo oltre la sua divisa, oltre le sue idee e la sua storia ma con la sua sofferenza e il suo dramma scolpito nel corpo".
"E poi altri allarmi, ancora il suono stridente delle sirene che l'ultima volta ci ha colto mentre camminavamo su uno stradone in una zona non abitata. Ci siamo guardati intorno e non c'era nessun riparo, solo un palazzo pieno di vetrate e con delle bombole del gas esternamente… abbiamo passato dei brutti 5 minuti...!"
"La percezione, dopo questo viaggio, è che ad Haifa la gente viva l'ombra della guerra guerreggiata, ma la paura è quella vera e si sente e si vede nei volti delle poche persone che si incontrano per strada".