Attimi

Il tempo della speranza è il futuro, come lo è quello dell’attesa;
il tempo della nostalgia e della tristezza è il passato;
il tempo della gioia è il presente, friabile e luminoso.

Eugenio Borgna, Gioia, Einaudi, Torino 2025

È sempre difficile ripartire dalla Palestina con l'incognita di non sapere se si potrà tornare. A ogni identificazione di un colono o di un colono-soldato, a ogni ripresa col telefono puntato in faccia, a ogni minaccia di detenzione o arresto da parte dell’esercito, il mio pensiero va sempre al possibile ritiro dell’autorizzazione a tornare o al diniego di ingresso.


Nel frattempo negli ultimi tre anni la vita delle persone palestinesi è diventata sempre meno sostenibile: vengono impediti la libertà di movimento, l’accesso al lavoro, l'accesso alla terra, il diritto allo studio, la sicurezza personale e l'incolumità. Solo da gennaio 2026 sono state uccise dalle forze israeliane 49 persone palestinesi nella sola Cisgiordania occupata, per non parlare della situazione della Striscia di Gaza. È lampante la sproporzione tra ciò che subisce una persona palestinese e l'inezia di essere semplicemente respinta all'ingresso. Ma il desiderio di condividere, per quanto in minima parte, la quotidiana lotta contro l'occupazione e di dimostrare che qualcuno almeno resiste solidale all'orrore è troppo forte, per non pensare continuamente che potrebbe essere l'ultimo viaggio.
Questa perenne occupazione occupa tutto: lo spazio fisico, la storia passata, la geografia della terra, i nomi delle cose, il cibo e perfino le tradizioni secolari, entra nei pensieri e cerca di intaccare la speranza nel futuro. In ogni momento, in ogni conversazione, l'occupazione è il rumore di fondo: a volte alza la voce e copre tutto, oggi molto spesso; a volte torna in sottofondo, una polvere sottile che sedimenta però nei polmoni delle persone, nei traumi dei bambini, soffocando comunque desideri e aspirazioni. C'è chi vorrebbe uscire da Gaza per studiare all'estero, chi vorrebbe andare a lavorare in città, chi vorrebbe andare a scuola ogni giorno, chi vorrebbe raccogliere il grano che ha piantato sulla propria terra. Desideri impossibili, in una quotidianità sovrastata da un senso di imprevedibilità data dalla violenza pervasiva dell’occupazione israeliana.
In tutti questi decenni, le persone palestinesi hanno dovuto trovare strumenti di resistenza tra le intercapedini rimaste libere, per scardinare il meccanismo dell'ineluttabilità dell’occupazione. Ma come si fa a non impazzire? Come si può vivere nonostante le aggressioni, le violenze, le umiliazioni quotidiane? L’arma migliore dell'animo umano resta l'ironia, che traspare da ogni battuta, da ogni risata, da ogni espressione buffa che ho sentito in queste ultime settimane. Ridere ridimensiona la prepotenza, non c'è altro modo per sopravvivere al terrore quotidiano di non tornare più a casa la sera. O di non averla nemmeno più una casa, demolita dai bulldozer israeliani, come è successo a Deirat qualche giorno fa per la famiglia di 19 persone che la abitava.
Insieme all'ironia, la cura e l'ospitalità sono il collante di queste comunità così accoglienti. Come si sopravvive alla morte di un figlio, lasciato paraplegico per due anni dal proiettile sparato a bruciapelo da una soldatessa, fino a spegnersi per sempre, perché si opponeva alla confisca del proprio generatore di corrente? Quanto orrore c'è in tutto questo? La sua mamma ogni giorno si prende cura della sua famiglia, miete le spighe di grano con un sorriso delicato, mi porge un tè alla menta sotto il sole di maggio. Nella tradizione cristiana, martire significa testimone, dal greco antico màrtys. Anche qui, oggi, i palestinesi chiamano le vittime di questo colonialismo martiri, e in effetti restano testimoni incontestabili del processo di disumanizzazione, che li ha colpiti e uccisi.
Tuttavia c’è chi resiste a tutto questo rubando all’occupazione qualche attimo di gioia, qualche sprazzo di luce: la nascita di una nuova nipotina; l'abbraccio tra due nonne palestinesi e una giovanissima attivista israeliana appena uscita dal carcere per aver rifiutato il servizio militare, che è venuta a prendermi in macchina dopo che ho filmato la distruzione di una coltivazione da parte di un colono; una partitella a calcio sotto casa tra fratelli con un volontario italiano, mentre la loro mamma impila foglie di vite da usare in cucina; la soddisfazione di una signora per aver terminato di ricamare l’abito da sposa della sua prossima nuora.
Come si sopravvivere all'orrore? Si sta insieme, si scherza, ci si prende cura vicendevolmente. La gioia è fragile, è un attimo soltanto, ma è l'unica via di questa vita nonostante.

Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni, non veda il dominio della morte, sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l'ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così.
Etty Hillesum, Diario. Edizione integrale, Adelphi, Milano 2012

S.