Palestina/Israele
Qui si vivono momenti meravigliosi, ma se ne vivono anche di molto difficili.
Gli istanti più complicati sono quelli in cui inorridisco nello scoprire in me la violenza, nel constatare che in certe situazioni sarei stata capace io stessa di fare del male.
Quando qualcuno è violento nei miei riguardi ho paura.
Ho paura del dolore, del male, se ci picchiano, se ci feriscono; ma ho soprattutto paura che venga risvegliato il mio istinto di violenza, il mio sistema di difesa, la mia capacità di odiare.
Qui le persone mi risvegliano alla gioia di condividere, alla pazienza, alla vita; ma in altri momenti questo luogo mi fa scoprire questo mondo di tenebre, di blocchi, di paura, di durezza che c'è in me.
Le loro ferite, dei palestinesi, degli israeliani, di chiunque faccia parte di questo conflitto, mi fanno vedere le mie.
Vedere queste tenebre per me è molto umiliante, è un aspetto del mio essere che non mi piace guardare.
La presa di coscienza della mia povertà interiore e delle mie profonde ferite mi fa scendere dal piedistallo sul quale mi sento superiore alla persona violenta.
In fondo io ho delle ferite di simile origine, non sono molto diversa, certo la mia scelta è diversa, ma in quello che c'è di più profondo noi ci somigliamo.
Io e il violento facciamo parte di un'umanità ferita.
Riesco a vedere, o perlomeno a percepire, che non esiste più una netta divisione, ed è così che le barriere che io ho eretto nel mio intimo, a volte anche a mia insaputa, iniziano a crollare svelandomi ciò che io non avrei mai voluto vedere, ma rivelando ancor più in profondità ciò che c'è in me di più bello perché umano.
Io incomincio ad essere me stessa, non gioco più a fare la grande e forte, quella immune alla violenza che cerca ammirazione o il primo posto.
Ed è così che più umile e più realista verso me stessa, posso sentirmi in grado di metabolizzare i momenti di tenebre senza negarli o accusando gli altri quando sorgono in me ira e odio. Riconoscendo queste ferite mi accetto nella verità e questo riconoscere non è una passiva rassegnazione senza speranza, no, è un trasformare le tenebre in luce accettando la me stessa ferita e violenta; riesco così a camminare e intravedere un cammino di accettazione di chi ancora non nega le sue oscurità e fa dell'odio e della violenza il suo quotidiano.
G.







