Il cielo

Palestina/Israele

Ho guardato il cielo qui. Un sacco di volte. Ed era sempre diverso, ma sempre bellissimo. Era stellato o di mille colori. Illuminato dal sole o dalla luna. Ho potuto guardarlo da una finestrella impolverata e dalle sbarre sottili. Ho volto gli occhi ad esso da una terrazza dismessa, mentre parlavo con gli "shebab", i ragazzi del villaggio.

L'ho ammirato dalla base impolverata di un fuoristrada nel mezzo del deserto. Era pieno di stelle luminose e in quel momento tante immagini di questa terra mi sono venute alla mente.
Qui ho imparato tristemente che il cielo è sempre lo stesso, che le stelle sono sempre belle, che il sole è sempre splendente e la luna illumina la sera. Che tutte le sfumature del cielo assistono e sorvegliano tutte le sfumature della terra. Che insomma, il cielo è bello ed è sempre il cielo anche quando la terra non è più terra. Quando essa non fa più da rifugio sicuro per gli uomini, ma diventa un giungla piena di ostacoli. Di specie che si scontrano. Quanti scontri ha visto questo cielo. E quante volte l'ho guardato io per cercare conforto. Quando le case venivano distrutte, e il calar del sole faceva da malinconico contorno. Quando guardavo i soldati e chiedevo spiegazioni, senza ricevere una risposta. Quando questi ultimi prendevano decisioni incomprensibili e inaccettabili, ed i bambini si rifugiavano all'ombra di una ruota perché erano obbligati, insensatamente, a stare immobili ad aspettare chissà cosa. Sembra che questo cielo, immobile, normalizzi l'inimmaginabile. E non voglio guardarlo e normalizzare anche io. Voglio stupirmi sempre se si parla di arresti, perché così farei da un'altra parte. Voglio indignarmi sempre, anche se mi fa male. Voglio indignarmi anche quando le punizioni le conosco a memoria, quando oramai non fanno più effetto. Non voglio sentire che arriverà il peggio. Perché anche il meglio è inaccettabile.
Il cielo è lo stesso per le case illuminate delle colonie affiancate dalle povere baracche palestinesi. Lo stesso veglia su pastori che, impauriti, si guardano attorno per non avere sorprese. Non coloni che spuntino all'improvviso, non soldati chiamati da chissà chi. Ma questo cielo ha visto anche la luce. La luce della forza, della resistenza. Dei visi smunti dal sole e dalla fatica che conservano sempre quel sorriso sincero, di chi si è appeso alla vita e alla sua terra e dondola lì, sempre col rischio di cadere, ma ben saldo all'unico appiglio. Questa gente ha lottato e lotta ancora. Guardo gli uomini e le donne di questo villaggio protestare per la strada. Non pietre lanciate, non fucili, ma solo parole. La forza delle parole, che puntano a tutto quel che è stato tolto e dato a qualcun altro. Alla perdita della dignità e all'insensatezza delle punizioni che arrivano, senza preavviso, puntuali da oramai tanto tempo. Ma la forza sta nel cuore e nell'anima. E rimane lì, come un odore stantio che impregna un armadio antico. Nascosta dietro la camera, il mio strumento per fare la differenza su questa valle, guardo questo folto gruppo di persone, che alla barbarie risponde con la sensatezza. Col ritorno alla ragione. Dal costone della collina su cui mi trovo, perdo due lacrime. Quelle lacrime sono anche del cielo.
Questo cielo è sempre qui e non va mai via. Vede tutto e rimane in silenzio. Potrebbe consigliarci ed avvisarci perché guarda più in là di noi. Ma rimane immobile e bellissimo anche se al di sotto di sé vi è lo scandalo dell'uomo. Cammino per la valle di U. a passo spedito. Mi guardo intorno, devo tenere d'occhio qualcuno più in là. Perché non mi aggredisca o non aggredisca qualcun altro. Posso guardare il cielo, di nuovo. Un lungo respiro.
Essere qui è croce e delizia. E' come la vita stessa. Puoi conoscerne un pezzettino ma non sai cosa troverai più in là. Tutte le immagini rimangono nella nostra mente e crescono con noi. Stanno già prendendo possesso di noi, trasformandoci. Essere qui è una condanna e un privilegio.