Le città e la memoria

Palestina/Israele

Il viaggiatore che si ritrova a passare per Tuwani crede di aver vissuto la città e il suo contrario.
Colui che la osserva dalla collina di fronte vede una tana di serpi; le case prendono le sembianze di un vascello pirata, uomini e donne dai volti barbuti e i lunghi veli si annidano tra le sartie, minacciando la quiete delle colline. Colui che la osserva dall'interno delle sue stradine polverose sentirà l'anima di un albero affondare le sue radici profonde sotto ogni casa. Gli abitanti paiono le moltiplicazioni delle sue fronde, affrontano i venti impetuosi del deserto e i cicli delle stagioni, consapevoli di queste radici più antiche della memoria che li tengono ancorati al suolo. Agli occhi del viaggiatore Tuwani può apparire fragile e dimessa, oppure barbuta e spaventosa. Chi ha cercato di spiegare questo dualismo si è perso in fantasie di mappe e confini. Chi lo ha vissuto ha giurato per un momento di essere diventato anche lui pastore, di aver fumato narghile sui tetti, di aver mangiato maglube dolcissimo e bevuto latte di mandorle senza aver visto nessun pirata.
La città ha due ingessi; chi viene dalla strada asfaltata su macchine arrugginite, fumose d'olio, con gli specchietti puntati alle sue spalle, vedrà un cartello con scritto "l'ignoranza è una benedizione". Chi viene dal deserto a dorso d'asino, i sacchi carichi di datteri e una preghiera nel cuore, viene accolto da una frase diversa: "la conoscenza è potere".
Succede che da entrambe le strade i Vicini entrino e cerchino di cancellare Tuwani. Vengono uomini a prendersi le case mattone dopo mattone e le donne spazzano via le impronte degli abitanti. Di notte però la città viene riscritta, si ridisegnano le forme e si ricalcano le strade.
Chi se ne va, ha un ricordo marittimo come di onde che si sciacquano sulla riva minacciando il castello di sabbia. Chi rimane sa però che questo è il gioco della memoria e Tuwani ne è la custode.
Se devo spiegarti, saggio Kublai, perché gli uomini si affannino a mantenere viva questa città e altrettanti ne vogliano vedere la fine potremmo osservare la foglia del tè farsi verde, essere raccolta da piccole mani grinzose, seccarsi alla luna e diventare liquido ambrato prima di aver terminato il discorso. Ma tu sai, meglio di altri, che non bisogna confondere la città con ciò che la città rappresenta. Potrei parlarti degli ulivi, con i loro nodi ritorti, potrei descriverti le code di formiche che increspano le cortecce, potrei perfino nominarti una ad una le foglie che cadono ogni anno, ma non ti avrei detto che per ogni ulivo piantato c'è un pozzo avvelenato, che una goccia nel deserto vale la promessa di un altro anno di vita.
Così Tuwani non è solo case e canti di moschea ma è il fastidioso ronzio della zanzara che si prende il diritto di dire al mondo quello che il mondo non vuole sentire.
Quel ronzio ti accompagna lungo la strada del ritorno, mentre combatti nel dormiveglia ondeggiante del cammello, trattieni tra le ciglia le ultime immagini.
Lasci Tuwani eppure non la lasci davvero, perché da doppiogiochista quale è, ti ha mostrato l'inferno e una risposta. Ora puoi voltare le spalle e accettare l'inferno fino a che, per passività, ne sarai diventato un cingolo portante o puoi riconoscere cosa in mezzo all'inferno non è inferno e farlo durare, dargli spazio.
Seguirai i funamboli della pace?

Leggendo "le città invisibili" di Calvino ho voluto dedicare a Tuwani una descrizione un po' fantasiosa e un po' vera, un po' immaginata e un po' vissuta. E' l'ultimo pezzo che scrivo prima di andarmene e non volevo parlare della violenza di queste settimane, di demolizioni, di odio, di caldo. Non sento ancora di avere le parole giuste per descrivere quella "realtà" che ho vissuto nei mesi passati, forse non le avrò mai. Non essendo una giornalista o un politico posso prendermi la libertà di non parlare delle ingiustizie che ho visto con lo sguardo analitico o sensazionalistico del caso, mi affido alla poesia e alla profonda umanità che mi è stata insegnata qui per raccontare un pezzo di terra, delle persone, una lotta che continua tutti i giorni e che ha qualcosa di sacro.
M.