Palestina/Israele
Un giorno come un altro, così me lo ero immaginata quando alla mattina mi stavo preparando per affrontare la lunga giornata. Come ogni mattina mi ero seduta sul solito sasso per l'attesa dei bambini, nel cuore era ancora vivo il dolore che le demolizioni del giorno precedente avevano lasciato, ma anche la paura di non essere pronta ad affrontare quei soldati che mi avevano impedito di stare accanto agli sfollati, paura delle mie stesse reazioni, di non esser pronta a perdonare l'essere umano che sta dietro l'uniforme. E poi tutto è cambiato: un gruppo di giovani israeliani, accompagnati da alcuni attivisti, si è avvicinato. Subito mi hanno spiegato che quei ragazzi avevano appena terminato gli studi ed erano in procinto di iniziare la leva obbligatoria, ma avevano accettato, prima di compiere quella scelta, di conoscere i luoghi, di non fermarsi agli insegnamenti che la società aveva dato loro fino a quel momento.
Così seduta su quelle pietre insieme ad un palestinese di Tuwani, ho ascoltato le domande di quei miei coetanei che desideravano ardentemente comprendere, capire, ma anche abbattere delle barriere.
Poco dopo al gruppo si sono aggiunti i soldati che avevano accompagnato i bambini a scuola, e così in pochi istanti mi sono ritrovata a fianco a quello stesso soldato che il giorno precedente mi aveva impedito di entrare nel villaggio demolito.
Anche lui aveva qualcosa da dire, anche lui voleva dare voce al suo essere umano.
Quando poi i ragazzi hanno chiesto se avevo sofferto durante le demolizioni, io ho annuito e subito quel giovano soldato, di vent'anni anche lui, ha preso la parola dicendo: "ho sofferto anche io, io non sono gli ordini che eseguo".
Le domande poi non erano finite, ma un'emergenza in un villaggio vicino mi ha obbligata a dover andare via.
Sarei rimasta lì ancora un po', ad assaporare il gusto dell'alternativa che era stata data a quei ragazzi.
Arrivata nel villaggio vicino mi sono ritrovata a parlare italiano con un giovane colono israeliano che per studio era stato in Italia, in quel momento ricordando i volti dei ragazzi incontrati precedentemente, ho provato a guardarlo con occhi differenti, a parlare con voce diversa, rimanendo ovviamente nel mio ruolo.
I giovani palestinesi presenti hanno iniziato a parlare con il ragazzo raccontando le vicende e le violazioni avvenute negli ultimi anni e poi la conversazione ha cambiato rotta, siamo diventati tutti ragazzi spensierati che parlano di tutto e di nulla.
Una spensieratezza che mi mancava, che mancava a tutti.
Seduti su quel prato abbiamo avuto l'opportunità di essere ventenni, il diritto di essere spensierati.
Quando poi è giunta l'ora di andare il giovane colono ci ha lasciati dicendo che sognava un momento così da molto tempo, ci ha ringraziati.
Tornando a casa i giovani palestinesi erano contenti, non tanto perché qualcosa era cambiato ma perché, anche solo per un istante, avevano assaporato il gusto della pace.
Non era un giorno come un altro quello, era il giorno in cui ho realizzato che tutti, in fondo in fondo, desideriamo un'alternativa, un alternativa di pace.
G.







