Mykolaïv, ore 21:30, suona di nuovo l’allarme, il pensiero va subito a dove sarà l’attacco, a chi lo subirà, ad altre distruzioni e ad altri morti che andranno ad aggiungersi ad una lista senza fine.
Torniamo nel rifugio, ora più confortevole rispetto a tre anni fa, ma pur sempre un luogo “sottoterra”; la luce laggiù, in fondo al corridoio, sembra ogni giorno più vicina ma, invece, rimane fuori, lontana, come la Pace e la serenità.
Si fatica a leggere speranza nel parlare con chi da troppo tempo vive vedendo quella luce lontana.
Allora stiamo qui, vicino a loro, anche stanotte provando a strappare qualche sorriso, a condividere un abbraccio, nonostante tutto.
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Oggi a Mykolaïv camminiamo in città con i giovani che, nonostante tutto, sono rimasti a vivere qui.
In centro, le foto dei caduti, il palazzo del governo sventrato, i carri armati russi catturati, le vittime civili che qui non compaiono neanche nei monumenti: la retorica di guerra, chiara, pressante, totalizzante.
È possibile rimarginare ferite così grandi e profonde?
È possibile anche solo lontanamente provare ad avvicinarsi con empatia a chi ha ferite così laceranti nell’anima?
Io credo di no, ci si può provare ad avvicinare, senza giudizio, senza frasi fatte, ma con il silenzio che prova solo ad ascoltare e a capire.
Il silenzio che durante le marce per la Pace di questi giorni, a Il Cairo, e in altre decine di parti nel mondo ha provato a dimostrare la volontà di esserci, perché chi è ferito non si senta solo, o abbandonato.
Cosa capiamo? Solo che le ferite è più facile prevenirle che curarle.
Dobbiamo trovare il modo, come società civile, di risolvere i conflitti senza le guerre, senza armi omicide; dobbiamo chiederlo ai giovani e ai ragazzi, il futuro di questa terra, dare spazio alla loro fantasia e creatività, perché costruiscano scenari di Pace e di Nonviolenza per la soluzione dei conflitti.
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Ieri sera, qui a Mykolaïv, dopo una giornata di incontri, racconti, condivisione, siamo usciti per bere qualcosa insieme a M., una ragazza che si occupa di animazione per bambini e ragazzi in un centro qui vicino.
È una serata tranquilla, allegra, troviamo pure il piano bar nel locale.
Si può anche provare a scherzare e ridere un po’ e a dimenticare la guerra.
M. però è triste, dice di aver dormito poco al pensiero del bimbo colpito da un drone a Kherson pochi giorni fa. Rischiava la paralisi, ed oggi purtroppo è morto.
Vicino a noi, due giovani militari in licenza sono a cena con le loro fidanzate, cantano, ballano, poi un’ombra compare sul viso di uno di loro mentre sbircia il cellulare: stanno bombardando a Kherson, anche stasera, senza tregua.
Alle 23 suona l’allarme, ancora un attacco in questa regione, ancora distruzione, ancora morte.
Oggi sembrava quasi una giornata normale, ma da almeno tre anni di normale, qui in Ucraina, non c’è più niente: solo guerra, senza senso, apparentemente senza fine.
Mi chiedono: perché venire fin qui?
Per dare un senso alle parole Pace e Nonviolenza, perché non possiamo fermare le armi con la nostra poca influenza, ma possiamo condividere la quotidianità con chi subisce la guerra.
La quotidianità che tutti, in tutto il mondo, abbiamo diritto di vivere sereni.
È da qui, così come dal Cairo, dove migliaia di persone “comuni” stanno chiedendo pace e giustizia per la Palestina, che dobbiamo gridare “basta” all’idea che sia normale che milioni di persone non possano vivere serene le proprie giornate.
Dobbiamo raccontarlo ai nostri figli e nipoti: non è normale e deve finire al più presto!
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Kherson. L’atmosfera è surreale: poche persone per le strade, quasi nessuna auto, molte case colpite o distrutte, così come un intero centro commerciale.
La gente è silenziosa, attenta a ogni rumore, e si trattiene poco all’aperto.
Oggi siamo ospiti della comunità evangelica, presso la Dom Kulture di Kherson, già colpita dai bombardamenti quattro o cinque volte, ma che, come una fenice, risorge ogni volta dalle sue ceneri grazie al lavoro instancabile, pieno di speranza e voglia di ricominciare, della comunità che la anima.
S., il pastore, con sua moglie S. e i figli K. (19 anni) e V. (25), vivevano negli Stati Uniti.
Allo scoppio della guerra, hanno deciso di tornare qui, per sostenere chi non vuole andarsene, nonostante tutto: resistere alla paura, all’orrore, alla disperazione.
Siamo qui perché per loro è fondamentale sapere che qualcuno fa da ponte tra loro e il mondo esterno. La sensazione di essere isolati nella sofferenza è devastante.
Aiutiamo nei (soliti, ennesimi) lavori di sistemazione della struttura, condividiamo il pasto e partecipiamo alla preghiera del pomeriggio.
È proprio lì che scopriamo che oggi, a Kherson, nel quartiere accanto al nostro, 15 persone sono morte in strada a causa di un attacco con droni.
Noi stavamo lavorando con gli altri quando abbiamo sentito gli scoppi, rumori che, purtroppo, tendiamo a dimenticare cosa significano davvero: morte, sangue, lacerazione.
La preghiera, intensa, partecipata, viva, è dedicata alle vittime e alla richiesta, rivolta a Dio, che tutto questo finisca presto.
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È il tramonto. Si torna a casa. Viviamo con tre ragazzi, anche loro giovanissimi: B. e S., poco più che ventenni, già sposati e in attesa del primo figlio. La vita deve continuare. Non devono vincere quelli che dicono che l’unica soluzione è scappare.
V., anche lei diciannovenne, è già stata separata da suo marito S., arruolato con la forza per andare a combattere. Lui si oppone, e ora rischia cinque anni di carcere.
Cuciniamo per loro un’ottima carbonara, e prima del coprifuoco troviamo ancora il tempo per andare a trovare la famiglia di S., per condividere anche con loro un po’ di quanto preparato.
Poi cala il buio. In casa ci muoviamo come ladri: bisogna tenere le luci spente, per non diventare bersaglio. È una precauzione preziosa, soprattutto perché le esplosioni continuano a farsi sentire, stasera per fortuna abbastanza lontane.
E così, al buio, si fa il bucato, ci si dà una lavata, si va a letto con il pensiero rivolto a chi è lontano.
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Stare nel posto giusto al momento giusto, ecco la sensazione provata per questi 10 giorni, sufficienti a conoscere realtà come quella della comunità di Kherson, che come una fenice rinasce dalle ceneri di un missile, poi di un drone e ancora di un altro missile.
Sistemare una stanza per le attività dei bambini sembra pazzesco, potrebbe arrivare da un momento all’altro un altro drone distruttore, ma non importa, i sogni e la serenità di chi pensa al futuro vanno coltivati, sempre, nonostante il Mondo sembra dirti che non ne vale la pena.
Due ricordi fra i tanti: una partita di calcio con il sottofondo di esplosioni ritmate e continue, Kherson è sul fronte, il rischio di uno sfondamento dell’esercito russo è reale e devasta la mente, ma con i ragazzi di Kherson giochiamo a calcio lo stesso, altrimenti si muore prima del tempo, non si può aspettare che i colpi finiscano, si deve continuare a provare a vivere, a ridere, a cantare.
Il secondo ricordo: il suono di un pianoforte abbandonato dopo la distruzione, dimostra che la musica, l’arte, sono una cura per l’anima, allora S. suona, ne ha bisogno, come l’aria, per cancellare il suono dei droni che anche quella mattina hanno creato feriti, morti e distruzione.
Addio Kherson, arrivederci Mykolaïv, voglio raccontare ai miei figli e ai giovani del cosiddetto Occidente a non abbandonarsi alla disperazione o all’ineluttabile.
C’è sempre un sogno per cui vale la pena lottare, e noi dobbiamo lottare perché tutte le persone su questa terra abbiamo la possibilità di vivere sereni.
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Il ritorno a casa, con la mente carica di ricordi, da sistemare da qualche parte.
Voci, volti, emozioni di un popolo e una terra martoriate dalla guerra, terribile, crudele, senza fine.
Non sarà più la stessa cosa ascoltare le notizie (sempre più rare); non potrò frenare il riaffiorare di quei ricordi importanti ed ingombranti.
I tanti nomi delle persone ormai amiche saranno sempre lì, a ricordare che loro sono prigioniere e prigionieri di due nemici: uno esterno, la Russia, e uno interno, la corruzione… come ci hanno raccontato.
La situazione internazionale sta degenerando, sotto la guida di capi di Stato ciechi e stupidi, o forse peggio.
La gente soffre: in Ucraina, in Palestina e in tante altre parti del Mondo, la guerra non è una notizia data in TV di pochi minuti (quando va bene) la guerra è paura, isolamento, sofferenza, prigionia, omicidio, sangue e mancanza di futuro, sogni di una vita normale distrutti.
Dietro ogni attacco, ogni bomba, ogni drone ci sono vite, di soldati o di civili, uomini, donne, bambini a cui il futuro sarà negato, per sempre.
Giorgio, giugno 2025



