20.11.24
Ala e Bogdan, mamma e figlio. A Mykolaiv da un mese perché la loro casa a Kherson è quasi completamente distrutta. Il marito di Ala, papà di Bogdan, è morto al fronte qualche mese fa. Ala ha fatto il funerale al marito da sola. Non ha più nessuno qui: tutti i suoi parenti sono andati via dall’Ucraina e vorrebbe farlo anche lei, vorrebbe andare in Polonia ma le servono i soldi per il passaporto e deve imparare la lingua. Ala ha gli occhi di chi è distrutto dalla vita, di chi è stanco di questa guerra che devasta quasi tutto. Non distoglie mai lo sguardo dai miei occhi ed i suoi, di occhi, gridano dolore. Eppure Ala cucina ogni giorno per tutti noi al centro di Mykolaiv e si preoccupa sempre se abbiamo mangiato.
Bogdan gioca sempre con il suo monopattino. È un bambino di guerra, uno di quelli che non sogna di fare l’astronauta da grande, semplicemente non sogna più. Ha gli occhi piatti, fermi all’unica possibilità reale che vede: giocare con il suo monopattino e abbracciare la madre. Ha 9 anni Bogdan. Ha un bisogno disperato di vedere che c’è altro oltre la guerra, il suo papà morto, la sua casa distrutta ed il suo monopattino; che può sognare anche lui di diventare qualsiasi cosa lui voglia; che c’è un futuro anche per lui. Ha bisogno di avere lo sguardo di un bambino che sa di poter sognare!
30.11.24
Quando siamo arrivati qui, Bogdan non rideva mai, accennava a malapena un timido sorriso. Dopo qualche giorno, inspiegabilmente, è corso ad abbracciarci. Da quel giorno vuole sempre stare con noi, siamo diventati una sorta di famiglia allargata, degli amici, degli insegnanti di matematica e inglese. E così Bogdan ha iniziato a guardare oltre la guerra e il suo monopattino.
Ma la cosa stupenda è che noi non parliamo la stessa lingua, eppure abbiamo un linguaggio che batte la barriera linguistica tradizionale: il “bambinese”, una lingua fatta di abbracci, solletico, risate forti e baci.
E quando Mykolaiv è al buio e al freddo da tre giorni, noi ci facciamo luce così: con l’amore, con la vita!
La vita a Mykolaiv continua “normalmente”: negozi aperti, macchine e tram che camminano per strada, gente che canta e balla in chiesa… si ride anche qui… eppure c’è la guerra: fin troppo spesso qualcuno viene arruolato perché non ci sono più soldati; i bambini non vanno a scuola, alcuni la fanno online, alcuni si accontentano di un corso di inglese; le persone in giro sono stanche e te lo urlano in silenzio, solo con uno sguardo. Ma nonostante tutto non vanno via, resistono e lo fanno anche molto bene perché c’è qualcosa di più forte della guerra che si respira qui: una resistenza straordinaria che è più forte della resistenza armata, la gente non vuole andare a vivere in un posto che non sente casa, vuole sentire il profumo della propria terra. Si respira tanto coraggio di continuare a vivere.
“Qui c’è la guerra, andate via!” No, loro dimostrano che qui c’è vita ed umanità!
Le persone qui vogliono che arrivi la primavera ma questo inverno sta durando un po’ troppo…
Ci sono domande alle quali non sappiamo come rispondere. Cosa dici a chi sa che finirà male? Io questo non lo so… forse direi solo che, prima o poi, in un modo o nell’altro, la primavera arriverà!
C.



