Un po' di quello che possiamo imparare

Decolonizzare noi stessi può essere un dovere, un impulso, un’arte o tutte e tre le cose assieme.
Significa molte cose, e molte cose diverse a seconda di chi siamo, da dove veniamo, di a quale parte della società apparteniamo, di a quale società apparteniamo.
Significa abbandonare credenze e stereotipi, cercare i filtri che impediscono a certi eventi di entrare a fare parte della nostra coscienza sociale mentre ne distorcono altri, o li magnificano; e significa, dopo aver trovato questi filtri, impegnarsi nel capirli, deostruirli, cambiarli, distruggerli se necessario.

Significa soprattutto essere in grado di operare un cambio di prospettiva radicale, se non addirittura un completo ribaltamento del punto di vista da cui osserviamo gli eventi. Se non siamo in grado di farlo, non solo non siamo in grado di capire chi è l’altro, il nostro prossimo, ma non faremo altro che continuare ad attribuire significati sbagliati alle parole e alle azioni altrui. L’azione del nostro prossimo, dell’oppresso, mistificata dal nostro sguardo, finirà sempre per essere la scusante al servizio di una nuova e rinnovata oppressione.

Sicuramente non è uno sguardo che cambia da sé, né che possiamo cambiare da soli.

Restare al fianco della Comunidad de Paz e accompagnare i suoi membri nel loro percorso di vita e di resistenza ci offre delle grandi opportunità in questo senso.
Non è una questione di capire come si muovono, come prendono decisioni, come gestiscono l’economia interna alla comunità o le relazioni con l’esterno. Certo sono tutti processi molto interessanti, spesso incredibili, da cui si può trarre ispirazione. Ma sono processi molto concreti e legati a un contesto economico, sociale e territoriale molto specifico e inesistente da noi in Italia.

C’è qualcosa di più profondo, un nucleo in cui la necessità di sopravvivere e la necessità di vivere con dignità si legano indissolubilmente in una volontà collettiva e comunitaria che rivendica il Diritto a vivere senza essere oppressi dalla violenza, qualunque sia la forma in cui essa si presenti.

È un percorso, quello della Comunidad de Paz, facile da capire e difficile da afferrare e i primi a confrontarsi con questa fatica siamo noi volontari, sia quando siamo sul campo, sia quando torniamo a casa.
Sul campo ci confrontiamo con le difficoltà di contesto, quelle ambientali, molto evidenti, come il caldo e un’umidità che fanno marcire i vestiti; quelle politiche, molto più sottili e nascoste, che portano con sé pericoli difficili da comprendere, e richiedono tempo per essere elaborate; e quelle legate alla presenza di gruppi armati illegali e al loro controllo del territorio, alla paura di un nemico spesso invisibile ma sempre vicino.
A casa invece faccio personalmente molta fatica a trasmettere al prossimo la mia esperienza. Mi capita spesso di rispondere a domande sul mio ruolo in questo contesto, da parte di persone che vogliono capire e che spesso provano da sé a trovare una definizione per quello che facciamo: “Siete una forza di interposizione?” “Siete difensori dei Diritti Umani?” “Siete volontari?” e via dicendo. Sono tutte definizioni parzialmente vere, o comunque non del tutto false. Ma la risposta è sempre la stessa: siamo accompagnanti. Le altre risposte sembrano sempre spostare il centro della questione, lo sguardo o comunque la prospettiva su di noi. Noi però non siamo i protagonisti né tanto meno il fulcro della questione. Non siamo noi il motore di questo processo di resistenza, non prendiamo decisioni, non siamo noi che rischiamo direttamente la vita.

Noi siamo al servizio di chi lotta per i propri Diritti, e di conseguenza per i Diritti di tutti.
Definirci accompagnanti significa riconoscere tutto questo e sottolineare che siamo al servizio di chi ha scelto di percorrere un cammino di lotta pacifica per la vita.

Nell’accompagnamento sono presenti poi le due dimensioni che caratterizzano il nostro operato, due dimensioni solo apparentemente in contraddizione tra loro: quella dello stare e quella del movimento.
Lo stare implica la nostra posizione sempre al fianco delle persone che accompagniamo, ovunque siano e ovunque abbiano bisogno di noi; e allo stesso tempo questo stare significa accettare di essere continuamente in movimento, per non lasciare mai il fianco di chi chiede la nostra presenza, non solo lungo gli spazi, strade e cammini, da percorrere assieme ma anche attraverso le lunghe ore e giorni passati assieme, nell’evolversi di un’esperienza di lotta e di vita.
Un’esperienza di lotta e di vita che, per rispondere ad un’altra delle domande che spesso mi vengono rivolte, è assolutamente indipendente da noi e che senza di noi andrebbe avanti comunque. Certo con qualche difficoltà in più e sicuramente in condizioni di sicurezza peggiori di quelle che la nostra presenza garantisce. Ma l’impressione è sempre che siamo noi quelli ad essere in debito di gratitudine nei confronti della Comunità e non il contrario.
Siamo noi a dover essere grati della possibilità di prendere parte a questo cammino condiviso: un cammino che ci mostra come siano ancora attuali concetti come quelli di resistenza, pace, nonviolenza e memoria, che da noi vengono sventolati come bandiere, celebrati come feticci in una società che ai feticci non crede, ridotti a scalda coscienze privi di sostanza.

E poi, potrà sembrare strano da dire, ma forse anche arrancare nel fango, patire l’umidità e arrivare alla consapevolezza di quanto, con tutti i nostri studi e privilegi, siamo lenti ed incapaci in un mondo diverso dal nostro; di quanto siamo indietro rispetto a queste persone straordinariamente comuni; di quanto la nostra utilità in un contesto simile non sia un prodotto della nostra abilità personale ma un derivato, un sottoprodotto di un sistema che decide alla nascita quale vita conta e quale no; forse anche della possibilità di questa consapevolezza, in fondo, dovremmo essere grati.

E.