Siamo arrivate alla Esperanza, vereda a me nuova, verso le 17 del pomeriggio.
Il cammino è stato lungo e a tratti difficile, ma alla fine è andato bene, anzi è un cammino paesaggisticamente parlando molto bello, si aprono scorci che mi hanno lasciata meravigliata e a bocca aperta.
Mentre scendevamo verso la casa della Comunità di Pace, su un albero c’erano una dozzina di guacamayas, pappagalli azzurri e brillanti che quando dispiegano le ali mostrano il petto giallo sole e verde come i prati bagnati frequentemente dalla pioggia.
Dovevo guardare il sentiero e “guidare” Santina, la mia mula, ma le ho ammirate attentamente per svariati minuti.
Poi siamo finalmente giunte alla casa dove si trovavano già varie persone della Comunità.
La casa è grande e spaziosa con un grande “terrazzo” rialzato in legno, dove dormiamo con le amache e sul fondo la cucina spaziosa e aperta.
Montate le amache, che è sempre la prima cosa da fare, mi sono seduta su una sedia-sdraio di legno per riposare, dato che dopo sette ore in mula le gambe fanno male e la stanchezza sale rapidamente una volta giunte alla meta.
Sono mezza sdraiata in una posizione abbastanza sbracata ma confortevole. La sedia è di solo legno, fatta incrociando due pali e poi inchiodando sopra delle assi. Ha i braccioli lunghi ai lati per distendere comodamente le braccia. È un po’ dura, ma sto comoda: la sua inclinazione accompagna dolcemente il corpo a stendersi e a riposare.
Concilia con delicatezza e stabilità il mio riposo dopo il lungo cammino.
Mi sto guardando intorno semplicemente osservando in modo tranquillo e a un certo punto mi dicono che probabilmente Nalleli prima di essere uccisa era seduta proprio lì.
Subito mi sono sentita fuori posto in quella sedia, come se avesse un qualcosa di sacro, come se conservasse una storia, una memoria.
Sentendomi così inadatta lì, mi sono subito guardata intorno e ho visto che le persone intorno a me ridevano, scherzavano, c’era chi preparava la cena chiacchierando animatamente, le ragazze e i ragazzi che ridevano solari, due persone che sgranavano il mais, i cani con noi a riposare.
Tutto normale, solare, tranquillo: quotidiano.
Come se lì, in quello stesso spazio, in quella stessa casa, su quel pavimento, nel marzo di due anni fa, non fossero state assassinate due persone della Comunità per aver difeso la loro terra da avidi interessi economici.
Allora ho pensato che se la sedia era stata tenuta lì a disposizione, lo era per essere usata e che ciò non avrebbe creato problemi. Ma soprattutto che forse la memoria è anche questo: vivere e abitare spazi in qualche modo sacri, perché contengono una storia, fatta anche di sangue, ma farlo in modo ordinario e quotidiano li rende ancora più speciali.
Perché nessuno e nessuna si è dimenticata di Nalleli e di Edison, ma tutti sanno che l’unica cosa è andare avanti e vivere questi spazi e la Comunità, insieme.
E questa è Resistenza.
Benedetta




