Spesso parlando con gli amici del Kossovo si sentono racconti sulle favolose ricchezze che il sottosuolo kossovaro dovrebbe nascondere. Spesso il popolino dice che i serbi prima e la comunità internazionale poi vogliano accaparrasi tutto questo tesoro, che invece in mano ai kossovari sarà la chiave per un futuro di prosperità e ricchezza.
A noi internazionali pieni di se la cosa ci fa sorridere e magari abbiamo, come italiani, già visto svanire sogni di ricchezze nascoste nel nostro sottosuolo.
Personalmente non so se queste ricchezze esistano o meno, se saranno sfruttate per il bene della gente del Kossovo o saranno ad appannaggio di pochi, di una cosa sono sicuro, il Kossovo ha una cosa molto preziosa: la sua gente!
La gente del Kossovo è una delle più grandi ricchezze che questo posto abbia. Sono persone con sfumature di pelle diverse, di lingua, cultura, religione diverse ma assieme formano una un insieme con molti problemi ma molto stimolante. In Kossovo vivono popoli che si sono combattuti, che si odiano, che si escludono, che non si accettano e che hanno libri di storia diversi.
Ci sono poi ragazzi che hanno deciso di incontrarsi. Incontrarsi non è facile quando la salma di tuo zio ti è stata restituita solo qualche settimana fa o quando la testa di tuo nonno non riposa accanto al suo corpo. Non è facile nemmeno perché i giovani hanno conosciuto solo divisione e guerra, non hanno memoria di quando le cose con gli altri andavano meglio. (...)
Questi ragazzi hanno deciso di far parte di due gruppi promossi da un progetto che nasce nel Tavolo Trentino con il Kossovo.
Essere lì e poter essere parte di quel lungo processo, ancora in corso, è stato un privilegio e un onore per me.
L’idea nasce anni fa con corsi di fotografia e teatro che attraverso la curiosità muovevano quelli da una parte a vedere i lavori fatti da quelli dell’altra parte. Poi un sogno: il centro Zoom, ossia uno spazio in città aperto a tutti in un momento in cui un serbo in città era una cosa più unica che rara. Ricordo il mio stupore quando mi sono trovato in camera oscura con una ragazzo albanese e uno serbo, nella stessa stanza. Era fantascienza rispetto alla mia esperienza del 99 (prima durante e dopo i bombardamenti).
Poi ci sono stati dei bruschi stop. Il 13 agosto 2003 due ragazzi serbi vengono uccisi al fiume mentre facevano il bagno.
Ricordo le tante domande e lo sconforto, ricordo anche la reazione di Mauro, coordinatore del Tavolo Trentino con il Kossovo, nel dire rilanciamo!
Noi della Colomba eravamo tornati solo per un mese, dovevamo semplicemente aiutare i ragazzi serbi a superare un piccolo momento di difficoltà nel frequentare il centro giovanile.
Paradossalmente quel grosso momento di difficoltà che la gente viveva ci spinse a ritornare in Kossovo in pianta stabile.
E rilancio fu, cercammo di strutturare una presenza che aveva come scopo quello di creare da prima due gruppi (distinti etnicamente) e poi un gruppo unico (misto) che affrontasse direttamente la tematica del conflitto. I primi mesi li abbiamo usati per entrare nella realtà e conquistare la fiducia dei ragazzi, abbiamo fatto degli incontri raccontando di altri conflitti, abbiamo raccontato di molti posti dove la Colomba ha operato o opera; sempre il discorso tornava sul Kossovo, segno che volevano cominciare a discutere della loro situazione con l’obiettivo di trovare soluzioni. Poi quando tutto sembrava pronto ci sono stati i disordini del 17 marzo del 2004 che ci hanno di nuovo riportati a una situazione di tensione e diffidenza degli uni verso gli altri.
Anche in questo caso la scelta di rilanciare è stata determinante. Un momento importante è stato quello dell’incontro. Abbiamo proposto ai ragazzi di incontrarsi fuori dal Kossovo per stabilire per l’ennesima volta un primo contatto seppur molto breve. Quest’esperienza risultata molto positiva ci ha aiutati a mettere a fuoco l’idea di una percorso che avesse al centro la riconciliazione e la rielaborazione del conflitto.
Ricordo la paura nel chiedere alla Pat (Provincia Autonoma di Trento) e al Tavolo soldi per una cosa poco toccabile con mano.
Abbiamo strutturato un percorso sulla base dei vari stimoli e provocazioni che ci venivano dai ragazzi e abbiamo fatto una proposta ad un gruppo da una parte ed ad un altro dall’altra. Abbiamo discusso molto, abbiamo litigato e abbiamo riso assieme.
Ad un certo punto abbiamo chiesto ai ragazzi di incontrare gli altri per l’ennesima volta. Siamo andati assieme a Prijedor (BiH) dove la compresenza fra le parti è una realtà. L’incontro fra di loro è stato ostico ognuno partiva da certezze granitiche che erano in contrapposizione con quelle degli altri.
Tornati in Kossovo con negli occhi il fatto che a Prijedor erano riusciti a ritornare a vivere vicini abbiamo chiesto ai ragazzi di iniziare a trovare dei punti su cui lavorare assieme.
Hanno voluto concentrarsi su una cosa difficile da fare ossia una sondaggio che possa misurare l’odio che corre fra tutti gli abitanti del Kossovo siano essi serbi albanesi, rom, askhalia, egiziani, turchi, croati, gorani o bosniaci.
Prima di iniziar a lavorare nel concreto abbiamo chiesto loro uno sforzo grosso: raccontarsi agli altri.
Sono stati strutturati degli incontri in cui ogni volta due ragazzi raccontavano il loro vissuto personale e chiaramente la guerra e l’altro come nemico erano parte del racconto. Mi ricordo la tensione emotiva di tutti e anche un grande rispetto, sincero e partecipato. Questo è stato il primo miracolo, ora tutti sapevano che anche l’altro aveva sofferto, avevano scoperto che l’altro era un uomo. Era si, serbo, albanese, rom, askhalia, egiziano, turco, croato, gorano o bosniaco ma era anche una persona con sentimenti e sofferenze. Ci hanno poi fatto visita due ragazzi: una israeliana e l’altro palestinese. In comune aver perso una fratello a causa della guerra e aver scelto di lavorare assieme perché altri non perdano una familiare.
Nonostante le lingue diverse (ebraico, arabo, inglese, albanese e serbo) questa testimonianza ha parlato al cuore di noi tutti e ci ha fatto fare un altro pezzettino di strada verso gli altri (italiani compresi).
Ora i due gruppi si incontrano da circa una anno e mezzo tutti i sabati, hanno istituito al loro interno tre commissioni che si occupano del questionario, dei contatti con Pijedor e dell’allargamento del gruppo. Lavorano assieme si incontrano e si scontrano, bevono assieme dopo l’incontro e in qualche caso sono diventati amici. Hanno scelto di non pubblicizzare ancora il loro lavoro (sono probabilmente l’unico gruppo di questo genere con questa costanza in tutto il Kossovo) perché hanno paura delle strumentalizzazioni dei media e dei politici e perché non si sentono ancora pronti. Vogliono lavorare su loro stessi prima di lavorare sulle loro comunità anche se questo processo è già cominciato e loro non se ne rendono conto.
Cercano di capire che origine ha l’odio interetnico in cui sono nati, si domandano come rimanere uniti se la situazione in Kossovo dovesse peggiorare. Può anche capitare che due persone facciano tardi la notte per confrontarsi su tutto, alla fine della serata rimangono opinioni diverse ma la certezza di essersi incontrati. Non sempre le cose vanno come speriamo ci sono ancora paure e resistenze, alti e bassi.
Il lavoro di questi ragazzi è invisibile non è quantificabile in tabelle o misurazioni ma è tangibile nei loro sguardi e nei loro discorsi, nel loro rispetto per l’altro.
Speriamo che riescano a contaminare le loro comunità e a portarle verso l’incontro, che riescano ad evitare lo scontro.
La strada è lunga e tortuosa ma loro hanno scarpe comode e fiato. A noi volontari e operatori del Tavolo Trentino con il Kossovo, e di tutte le realtà che ne fanno parte, Colomba compresa, ci rimane dentro l’onore di poter esserci e di conoscerli e una puntina d’orgoglio quando loro ti parlano e dicono che grazie alla tua azione sono riusciti ad incontrare l’altro.
Sono questi ragazzi la ricchezza del Kossovo, sono proprio loro con le loro diversità e difetti, ne sono convinto.








