Sarebbe bello che la nostra quotidianità parlasse

Da più di trent’anni viviamo dentro i conflitti.
Abbiamo cominciato negli anni ‘90 nei Balcani, in quella che allora era la prima guerra in Europa dopo la seconda guerra mondiale.
Ci ha mossi la nostra debolezza: non conoscevamo la guerra direttamente e non sapevamo cosa fare, potevamo però non lasciare sole quelle persone.


Il mondo stava cambiando, era da poco caduto il muro di Berlino e le guerre da fredde ridiventavano calde.
Cominciare dai Balcani ci ha dato alcuni vantaggi: i rapporti di forza cambiavano velocemente e velocemente le vittime diventavano aggressori; poca sensibilità alla nonviolenza fatta di teoria, ogni parola doveva essere seguita da comportamenti coerenti (non ci interessa la politica, ma il fatto che avete intrecciato le vostre vite con le nostre, giorno dopo giorno, ci dicevano).
Il cammino è stato lungo e pieno di gioie e lacrime, di risate, di paura e di momenti di speranza, di sconfitte e buio, di aperture di futuro e di umanità imprevedibili.
Oggi, ormai lo vedono tutti, siamo di fronte ad un nuovo cambiamento, l’illusione che ci potessero essere oasi di pace e benessere in un mare di guerra e povertà sta finendo.

Cosa diciamo di fronte alle guerre che non finiscono, di fronte alla richiesta europea di riarmarsi, di fronte alla Palestina, all’Ucraina, a..., che posizione abbiamo?

Cerchiamo di viverci dentro, di non lasciare le persone sole tra le grinfie della violenza.
Stiamo percorrendo una salita, o nuotando controcorrente, sarebbe bello per noi che la nostra quotidianità parlasse, tra le tende dei campi profughi, sotto le bombe o a fianco di chi vive e paga con la vita la ricerca di alternative alla guerra.

K