Oggi il cielo è grigio, fa abbastanza freddo e, a tratti, pioviggina.
Non sembra un giorno da festeggiare. Eppure lo è.
Alle tre di stanotte è iniziata una tregua nell’oblast di Kherson, per permettere l’arrivo degli aiuti umanitari e l’evacuazione volontaria dei civili dal villaggio di Oleshky, nella parte occupata della regione, oltre il fiume.
Abbiamo deciso di andare in centro con i nostri amici: M., V., A. e V..
Volevamo vedere parti della città che, a causa dei continui attacchi di artiglieria e dei droni che prendono di mira i civili, non è possibile frequentare normalmente.
Prima di partire, A. ci ha detto: «Mi sento strano, è incredibile. Non riesco a descrivere questa sensazione. È la prima tregua dall’inizio della guerra, più di quattro anni fa».
Siamo arrivati in macchina fino a un grande supermercato e abbiamo parcheggiato lì, per poi proseguire a piedi.
Il supermercato era pieno di gente, le strade piene di macchine. C’erano persone tornate da altre parti dell’Ucraina per rivedere casa propria, per ritrovare i luoghi in cui avevano vissuto, per vedere con i propri occhi cosa ne fosse rimasto.
E poi c’erano gli adolescenti.
Si incontravano, si abbracciavano, parlavano.
Bambini che giocavano, persone che passeggiavano. Ragazzi che tornavano a occupare le strade della propria città, a stare insieme, a vivere quegli spazi che negli ultimi mesi erano diventati sempre più inaccessibili.
Era bellissimo. E, allo stesso tempo, quasi incredibile.
Abbiamo camminato per strade che non avevo mai visto, attraversato angoli di Kherson che conoscevo soltanto attraverso i racconti dei nostri amici. Strade ferite, edifici distrutti, eppure di una bellezza che non mi aspettavo.
Ci siamo spinti fino a pochi metri dal fiume, fino a vedere la parte occupata della città, dall’altra parte, dove ci sono i russi.
In quei luoghi non c’era quasi nessuno: soltanto qualche militare e tre civili che passeggiavano per vedere come fosse diventata quella parte di città.
Per tutto il tempo ho pensato a quanto fosse straordinario poter essere lì. Ma soprattutto guardavo i ragazzi. La loro città, le loro strade, i loro luoghi. E loro finalmente lì, a riempirli di voci, incontri e allegria.
Continuavo a pensare alle parole di A., a quella sensazione strana che non riusciva a descrivere. Forse nemmeno io saprei trovare le parole giuste per raccontare quello che ho provato oggi.
So soltanto che, per qualche ora, ho visto Kherson come non l’avevo mai vista. Non soltanto una città che resiste, ma una città viva. Una città in cui i ragazzi possono incontrarsi per strada, i bambini giocare, le persone tornare a casa e gli amici camminare insieme senza dover pensare continuamente a dove ripararsi.
Oggi non è successo niente di straordinario, se pensiamo a quello che dovrebbe essere normale in qualsiasi altra città del mondo.
Le persone sono uscite di casa. Si sono incontrate. Hanno camminato per le proprie strade.
E oggi, a Kherson, questo è stato abbastanza per sentirsi felici.




