Il 17 agosto 2006 , i volontari di operazione colomba hanno incontrato Otto James dell' ufficio Human Rights Focus. Tale ufficio collabora nelle azioni di denuncia delle violazioni dei diritti umani, tra gli altri anche con gli stessi paralegals della Commissione Giustizia e Pace di Gulu e quindi anche di Minakulu .
L'opinione di J. Otto riguardo i colloqui di pace ha lasciato trasparire tutta l'incertezza sugli esiti delle trattative. Ha paragonato la situazione ad un fragile bicchiere di vetro che in ogni momento può rompersi. Ha inoltre sottolineato l'inadeguatezza del governo nel gestire i colloqui, soprattutto facendo riferimento al fatto che il governo ugandese sembrerebbe non molto convinto del coinvolgimento della chiesa cattolica locale ( nella persona di Monsignor Odama, ma non solo)negli accordi di pace .Il governo ha interpellato la Chiesa agli inizi dei colloqui, mentre ora sembra quasi infastidito dalla sua presenza.
Dalla sua testimonianza , ancora una volta appare chiaro come l'esercito regolare ugandese sia coinvolto in atti di violenza nei confronti dei civili. Alcuni casi citati da J. Otto, pongono l'accento su violenze fisiche e sessuali subite da giovani ragazze (anche tredicenni) e sulla difficoltà e paura che le vittime hanno di denunciare tali fatti.
I militari sono anche coinvolti nei problemi della restituzione delle terre; non esistendo un catasto, esse erano e sono suddivise in base ai clan di appartenenza e quindi non sono vendibili o cedibili. I soldati che provengono dall'Uganda del sud trovano qui una terra molto più ricca e fertile della loro; acquistano così o a volte si impossessano illegalmente, di appezzamenti specialmente quando gli anziani o i capi clan non sono presenti nell'area. Questo è avvenuto sia durante la guerra, che da parte di alcuni esponenti del Governo.
Negli ultimi periodi alcuni terreni sono stati riconsegnati ai clan in diverse zone dell'Uganda, questo dovrebbe spettare di diritto anche al popolo acholi.
Un altro grave problema concernente la terra è la situazione delle donne vedove che non avendo diritto di proprietà sulla stessa, devono sperare di poter coltivare un appezzamento senza che i “vicini” di casa se ne impossessino. Anche i bambini nati e vissuti nei campi sfollati e rimasti orfani, e divenuti capi-famiglia non potranno accedere alle terre perché spesso non si ha certezza della località di provenienza della loro famiglia natia.
L'opinione di Otto J. sulla decongestione lo vede favorevole al rientro diretto della gente nei villaggi d'origine senza il passaggio obbligato nei campi di decongestione e quindi l'attesa finché non sarà garantita la sicurezza da parte del governo.
Questo perché spostandosi nel campo di decongestione la gente troverebbe una soluzione intermedia che li costringerebbe a ricostruire poi per la terza volta la casa, una volta raggiunto il villaggio originario.
Inoltre sembra che molti, anche se le percentuali variano dal 25% al 60 %, non sembrerebbero intenzionati a spostarsi dal campo sfollati, dove in qualche modo vivono di sussistenza e dipendenza dagli aiuti umanitari, cadendo così in una sorta di pigrizia o nei peggiori dei casi nell' alcolismo ed in una vita sregolata.
Links:
www.hurifo.org
www.humanrightsuganda.org


