Diari dal Nord Uganda
La semplicità di un giro tondo, di un gioco con le mani, di un ballo, di un canto, di un salto con la corda,... oggi i bambini di Francis mi hanno regalato un respiro di libertà, di serenità, di semplicità, di amore,...
Le mie mani nelle loro; nelle loro mani sporche, scorticate e piccole. Le loro mani che mi trascinavamo in un gioco sconosciuto... e finalmente la voglia di lasciarsi trasportare, di lasciarsi andare. Qui tutti i miei schemi cadono; qui mi scopro incapace, incapace di controllare le mie emozioni, incapace di fare, perché tutto quello che so fare a casa qui non serve a molto, incapace di accettare che il fare a volte diventa ascoltare, quell'ascolto che spesso il mio mondo ci nega, perché non si vuole ascoltare l'altro e più spesso se stessi.
E invece oggi ho ascoltato e assecondato quei bambini che vogliono solo un gesto di tenerezza e quella bambina che c'è in me, che ha ancora voglia di mettersi in gioco e di giocare.
Ma mentre noi giocavamo qualcuno stava a guardare. Ci guardavamo quelle “mamme-bambine” troppo piccole per prendersi già cura di un fratello di qualche anno più piccolo di loro; ci guardavano quei bambini che non possono giocare perché devono lavorare nel campo; ci guardavano quei bambini che non riescono a ballare perché sulla schiena ne hanno un altro... ma nessuno si lamenta, ognuno fa quel che deve fare senza scomporsi...
E mentre mi sorridono, mi abbracciano, mi guardano, mi sento piccola piccola e penso all'Italia, ai nostri bambini, a quand'ero bambina e mi sento così sbagliata ma così privilegiata perché oggi un po' di bambini sporchi e cenciosi mi hanno trasmesso un po' di serenità, un po' di amore, un po' di felicità. Non è facile trovarlo nel mio mondo...
S.
Oggi ho incontrato Rose
Giornata solita qui a Minakulu... saliti in macchina si parte per l'ospedale. Oggi con noi però c'è Rose. Rose è una signora che abbiamo incontrato qualche settima fa e ci ha chiesto il nostro aiuto per arrivare all'ospedale, al primo appuntamento non si è presentata al secondo si...
Rose è uno scheletro che cammina, magrissima e con un pancione di sei mesi. Arrivati al Lachor Hospital della città di Gulu, ci aspettavano le solite interminabili file... siamo riusciti ad evitare la fila all'ingresso ma ci aspettavano le altre e così le abbiamo “vissute” insieme a Rose. Le abbiamo fatte guardandola mentre era a sedere e gli occhi erano persi nel vuoto, mentre respirava faticosamente, mentre camminava trascinandosi lentamente. Arrivati finalmente in maternità, scopriamo che il problema è serio... Rose è grave e deve essere ricoverata immediatamente... ma Rose è sola e ha 4 figli (2 gemelli di due anni, un figlio disabile di 4 e una di 11) che l' aspettano a casa e non può certo essere ricoverata dal giorno alla notte, bisogna avvisare e organizzare il tutto. Appena la scorsa settimana, Thomas, un anziano che avevamo aiutato, era stato dimesso il giorno dopo un’operazione di rimozione di un cancro (??!!), ma per Rose oggi nessun medico si prende la responsabilità di farla andare a casa, per avvisare e organizzare la sua famiglia e tornare così il giorno dopo in ospedale; questa volta il dottore lascia a noi scegliere ma per lui deve essere ricoverata, nonostante gli avessimo spiegato la situazione e soprattutto che le sue condizioni erano così da almeno 2 settimane e forse un giorno in più poteva anche non fare la differenza... ma Rose decide di restare e a noi rimane da fare il resto, avvisare i bambini e portar loro da mangiare.
Rose è la moglie di un soldato in sevizio in una regione remota e abita nel campo militare a Minakulu; arriviamo lì e avvisiamo i bambini... che strano una bambina di 11 anni, Jamira, che si occupa di tutti i fratelli, ma qui in realtà non è poi così strano... qui è la normalità... i bambini lavorano e si prendono cura gli uni degli altri ... i più grandicelli portano in spalla i più piccoli; qui essere una ragazzina di 11 anni vuol dire crescere in fretta.
Mi ricorderò di Jamira... mi ricorderò del senso di inadeguatezza che si prova tante volte nel vivere qui, del senso di impossibilità, di incomprensione e di diversità di fronte a tanta sofferenza.
S.


