KER KWARO ACHOLI - WIDER NORTHERN UGANDA PEACE AND RECONCILIATION CONFERENCE
“Embracing the Juba Peace talks”
Santa Monica, GULU – 17-20 dicembre 2007
Nei pomeriggi di martedì 18 e mercoledì 19 dicembre e nella mattinata di giovedì 20, abbiamo partecipato, in qualità di osservatori invitati dal Primo Ministro degli Acoli, alla conferenza, organizzata da David Onen Acana II, dei leader culturali del Nord Uganda, che ha visto la partecipazione di rappresentanti delle regioni di Acoli, Alur, Bunyoro, Karamoja, Lango, Lugbara, Mahdi e Teso, oltre che di circa una ventina di delegati in rappresentanza delle comunità Lango e Acholi presenti in diversi stati europei e negli Stati Uniti. L'intento esplicito della conferenza è quello di “costruire un consenso su una strategia giuridica di transizione accettabile che incorpori meccanismi di livello locale e suggerisca strategie concrete per l'implementazione degli Accordi di Pace Comprensivi al fine di assicurare una pace sociale della comunità e la sicurezza all'interno del Nord Uganda”.
Concretamente, la quattro giorni ha visto da un lato un fervente susseguirsi di lavori di gruppo e sessioni plenarie attorno all'elaborazione di una proposta di modello per la valutazione delle responsabilità e la riconciliazione e di una bozza di risoluzione sull'argomento, dall'altro una serie di interventi di figure chiave dei colloqui di pace, in particolare l'inviato speciale delle Nazioni Unite per le regioni colpite dall'LRA, Joachim Chissano, e il Presidente ugandese Yoseveri Museveni.
Per quanto riguarda i lavori della conferenza, il risultati raggiunti sono i seguenti:
Quelli che seguono sono le otto raccomandazioni della bozza di risoluzione giunta alla discussione per l'approvazione finale; per questioni logistiche siamo stati costretti ad abbandonare la conferenza prima della chiusura dei lavori, è verosimile che siano state apportate piccole modifiche o integrazioni agli ultimi due punti.
1.codifica degli appropriati sistemi tradizionali di giustizia, sentenze alternative e riparazione praticati presso le comunità Acoli, Alur, Bunyoro, Lango, Lugbaro, Mahdi, Karamoja e Teso;
2.l'adozione di meccanismi di giustizia tradizionali che indirizzino adeguatamente i crimini compiuti contro le donne ed i bambini con una commissione speciale per gestire i crimini legati al concetto di gender;
3.il Governo Ugandese attraverso il Parlamento dovrebbe attuare leggi attuative ed una appropriata cornice politica per l'attuazione, l'implementazione e il monitoraggio dei meccanismi di giustizia tradizionali per promuovere la valutazione della responsabilità e la riconciliazione;
4.attuazione di strutture informali a livello di comunità presso Acoli, Alur, Bunyoro, Lango, Lugbaro, Mahdi, Karamoja e Teso per l'affermazione della verità con un'appartenenza più inclusiva e relazioni complementari con le istituzioni formali;
5.revisione dell'Atto di Amnistia, dell'Atto della Commissione Ugandese per i Diritti Umani e dell'Atto sul Terrorismo per confermare lo spirito di riconciliazione e valutazione di responsabilità;
6.attuazione di una Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione guidata da un giudice dell'Alta Corte e composta da membri di elevata integrità morale nominati dal Governo;
7.incremento della partecipazione attiva delle istituzioni religiose nell'implementazione dell'accordo sulla valutazione delle responsabilità e riconciliazione;
8.attuazione di un meccanismo trasparente di monitoraggio per l'implementazione dell'Agenda 3 degli accordi di Juba.
Ad integrazione della presentazione dei punti, andando a riassumere alcuni degli interventi raccolti in fase di approvazione, va detto che per quanto riguarda la guida della commissione nazionale per la verità e riconciliazione (punto 6) uno dei delegati ha proposto, ottenendo un riscontro positivo degli altri delegati, la candidatura di un'eventuale rappresentante delle istituzioni religiose, chiaramente identificabile con l'arcivescovo Odama. Ancor più ampio è stato il consenso attorno alla proposta di un altro dei delegati di suggerire l'istituzione di un Fondo di Garanzia di Riparazione per le Vittime da parte del Governo, individuato come unico soggetto in grado di sostenere concretamente il risarcimento dei danni subiti dalle vittime del conflitto.
Dalle notizie riportate dai quotidiani risulta che il punto chiave del discorso dell'ex Presidente del Mozambico Joachim Chissano sia stato legato alla presenza dei leader dell'LRA sul territorio della Repubblica Democratica del Congo. Nel suo intervento ha infatti descritto i suoi contatti dei giorni precedenti con Museveni e Kabila, dai quali è emersa la ferma volontà di entrambi che l'ultimatum posto a Joseph Kony per il 31 gennaio sia rispettato tassativamente; lo stesso Chissano avrebbe poi riportato tale volontà alla delegazione dell'LRA nei successivi incontri di Nairobi e Kampala. Si è infine soffermato sulla posizione delle Nazioni Unite rispetto ai (sempre meno) presunti conflitti in seno ai vertici dell'LRA: moderato dispiacere per problemi definiti comunque “non anormali”, ma disponibilità a considerare attendibile qualunque elemento nominato dall'LRA come proprio rappresentante.
Per quanto riguarda l'intervento di Museveni, tre sono stati i punti affrontati: viabilità (!), stato dei negoziati di pace ed economia. Per ciò che concerne il conflitto, la prima parte del discorso è stata chiaramente centrata sulla focalizzazione del ruolo della leadership araba sudanese come principale responsabile dello scoppio e del protrarsi della guerra. Senza deresponsabilizzare esplicitamente Kony, che più avanti ha definito colpevole della morte di decine di migliaia di individui, questa insistenza su altri soggetti come veri colpevoli, rafforzata dal continuo riferimento al bersaglio degli arabi, ovvero i “fratelli neri” sudanesi, ha finito quasi per “alleggerire” il peso sulle spalle del leader dell'LRA, almeno nella percezione dell'uditorio. La tecnica, pur diversa nei modi, pare curiosamente ottenere i medesimi risultati di quella applicata dai retori della delegazione dell'LRA nel corso dei quaranta giorni di incontri pubblici con la popolazione. La morale è semplice: Kony resta un soggetto pericoloso, soprattutto mentalmente instabile (pur senza che questo venga ammesso esplicitamente), ma di fatto non è stato lui a cominciare questo conflitto. Il processo di pace è, secondo Museveni, chiaramente irreversibile, tanto per lo squilibrio di forze in campo (a Kony non sarebbero rimasti più di 800 soldati) quanto per l'esasperazione della popolazione, ormai compatta contro ogni azione contraria alla cessazione delle ostilità. L'unico a non considerare reale tale irreversibilità sarebbe dunque proprio Kony. E tuttavia Museveni insiste chiaramente sul punto cruciale della questione, riabadendolo più e più volte: “Kony, hai fatto un errore, ma noi ti perdoniamo. Vieni e firma questo accordo, presto!”. Il Governo è a questo punto dalla parte della ragione, se la guerra non finirà sarà solo per colpa del leader dell'LRA; le comunità colpite dal conflitto devono però cambiare il loro atteggiamento: non più ke-re, esser loro ad “implorare” i capi dei ribelli di non uccidere più, concedendo loro il perdono, bensì avere la fierezza di attendere che siano i carnefici a presentarsi con le proprie scuse ad implorare la grazia, e solo allora offrirgliela. Molto da dire ci sarebbe anche sull'ultima parte del discorso, centrato sul presente e soprattutto sull'avvenire dell'economia ugandese; non è il centro della questione, ma in poche parole è riassumibile con questa dichiarazione “Il futuro dell'Africa è il business; in passato ha scelto politica e tradizione, ma il futuro è l'industrializzazione”. Tesi supportata da una serie di dati sul numero di posti creati dalle aziende straniere negli ultimi sedici anni e sul gettito garantito dalle stesse. Non pare superfluo l'inciso che nelle scorse settimane Museveni è volato a Washington per incontrare il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, discutendo in particolare la posizione centrale dell'Uganda nell'assetto strategico economico della potenza nordamericana nell'area centrafricana. Né va dimenticato che subito dopo l'intervento, il presidente stesso si è diretto nel distretto di Amuru per discutere l'espropriazione di alcuni terreni per l'apertura di uno zuccherificio.
Non si è trattato di un incontro aperto al pubblico, né quello di mercoledì con il Presidente, per ovvie ragioni di sicurezza, né il resto della conferenza. Addirittura, soltanto giovedì sui giornali è comparsa la notizia che “il Presidente era atteso ieri all'incontro con i leader culturali a Gulu”. Un incontro chiuso alla cittadinanza, ma anche al resto del mondo, se la poca stampa presente era quella locale e gli unici altri bianchi, cinque in tutto, si sono visti soltanto in occasione dell'intervento del presidente e della giornata conclusiva.
Non è stato inutile dedicare quattro mezze giornate alla conferenza, benché le impressioni più interessanti siano state quelle raccolte al di fuori dei lavori ufficiali. Dall'incontro con alcuni delegati, in particolare i rappresentanti delle comunità acoli in Germania, Svezia e Danimarca, è emersa l'impressione che i partecipanti alla conferenza non abbiano fatto che ratificare, ufficializzandola con la loro firma, una serie di proposte che di fatto fotografano la situazione attuale dei processi di pace e al limite gli sviluppi comunque già previsti dal Governo. L'unica voce originale è stata quella del gruppo delle madri, che nei loro interventi hanno insistito sul porre un'attenzione particolare ai crimini subiti da donne e bambini, arrivando a consigliare di usare maggiore cautela e rispetto nell'impiego del termine “perdono”, anche (ma non solo) in relazione al concetto di assunzione di responsabilità e compensazione. Rileggendo gli appunti di questi giorni, c'è stato un altro episodio, piccolo ma rivelatore: pochi minuti prima dell'arrivo di Museveni, nel corso della discussione del terzo punto, un delegato molto giovane chiede la parola per far notare come tutte le risoluzioni fin qui prese dagli accordi di Juba in poi abbiano più o meno sempre contenuto le medesime dichiarazioni; era perciò dell'avviso di porre un termine perentorio per il Governo all'attuazione delle indicazioni da inserire nel documento finale. Improvvisamente si alza un militare, parlamentare e rappresentante dell'UPDF (l'esercito ugandese), dichiarando che i membri invitati alla conferenza si trovano lì per proporre quello che non dovrebbe essere nient'altro che una bozza di risoluzione da sottoporre alle autorità statali. Credo sia superfluo rilevare che, senza tornare a rileggere i punti sopra citati, nel documento finale non c'è traccia di termini temporali all'attuazione delle proposte della conferenza.


