Incontro LRA e Unione Africana a Ngai

 Dal Nord Uganda

Ngai, giovedì 15 novembre 2007

I membri del gruppo di Operazione Colomba presenti a Minakulu partecipano all'incontro tra la popolazione del campo profughi di Ngai e la delegazione composta da rappresentanti civili e legali del Lord Resistance Army e militari dell'Unione Africana. Arriviamo sul luogo dell'incontro, un prato davanti alla sede del locale LC3, alle 15, circa un'ora prima dell'orario previsto per l'arrivo della delegazione. L'ombra del grande albero è già piena di gente in piedi e, più avanti, seduta, chi a terra, chi nella platea di panche disposte a semicerchio di fronte ai due tavoli addobbati con microfoni e bottiglie d'acqua e coca cola. Però è solo un albero, ragioniamo, non più di qualche centinaio di persone, quando il campo ne ospita migliaia...
Arriviamo accompagnati da Padre Carlos, e con lui siamo presentati alle autorità locali che hanno organizzato l'evento, ennesima tappa del tour che sta portando i membri della delegazione in giro per il Nord Uganda. In attesa dell'inizio del meeting vero e proprio, le figure che ci avevano accolti aprono una sorta di incontro con la popolazione, un incontro essenzialmente finalizzato, è questa la sensazione che percepiamo, alla preparazione del pubblico, tanto nei confronti dei contenuti che i rappresentanti dell'LRA andranno a toccare (o a glissare), quanto al momento di feedback previsto per la seconda parte dell'evento in modo da evitare reazioni o interventi “sconvenienti”. E' una prima occasione per sondare gli umori, e i tre interventi della gente sono, da questo punto di vista, semplici e illuminanti: un anziano, un ragazzo e una donna ben oltre la mezz'età.

Ricordano il passato, nel racconto della scomparsa della figlia dell'ultima ad intervenire e delle atrocità commesse dall'LRA appena accennate; sfiorano il presente e si proiettano verso il futuro, divisi tra la disponibilità ad una riconciliazione, che passi però per un reale pentimento per i crimini commessi e la liberazione dei bambini e delle donne ancora nelle mani dei ribelli, e il timore di pagare con ritorsioni contro l'intero villaggio il coraggio di richiedere l'incriminazione di Kony e degli altri vertici dell'LRA davanti alla Corte Penale Internazionale.
 E finalmente arrivano. Con un'ora di ritardo, neanche troppo rispetto alle previsioni, la prima auto del lungo corteo si profila all'orizzonte. E' della polizia, a guidare la colonna che pochi giorni prima avevamo visto sfilare per Gulu bloccando il traffico per diversi minuti. Non è solo l'aspetto dei mezzi ad attirare l'attenzione, non i lampeggianti né le numerose uniformi nascoste dietro vetri e occhiali scuri, non i mitra dei militari sulle auto scoperte né di quelli che ne scendono per fare il loro ingresso trionfale a piedi. A colpire è il boato di una folla festante che accoglie in un tripudio di grida di giubilo, fischi e colori, uno dei membri della delegazione, portato in (un goffo) trionfo fino al centro dell'assemblea (dove tutti sono ancora placidamente seduti, e già ci rendiamo conto che la folla che l'aveva acclamato non era composta da più di una cinquantina di persone; una cinquantina scarsa, in effetti). E' lui il primo ad esser presentato, e il primo a prendere la parola. Scopriamo che si tratta di un avvocato dell'LRA, orgoglioso di essere il primo membro della delegazione a ricevere l'onore di una simile accoglienza nel corso dell'intero “tour”. Facile scoprirne la ragione: gioca in casa, è originario di un villaggio vicino, come presumibilmente l'ala dei fedelissimi che esplode a questa dichiarazione. L'introduzione è breve, probabilmente di tempo per parlare ne avrà a sufficienza più avanti, ora può permettersi il lusso di lasciare il centro della scena ad un cantante locale. Siamo gli unici muni - bianchi - , abbiamo l'onore delle poltroncine da giardino dietro gli oratori (due per quattro che siamo, ma non si può mica pretendere tutto dalla vita...), e da lì ci troviamo in una posizione privilegiata per seguire una strana manovra di cui ancora non cogliamo bene il significato. Mentre i ragazzi del service si arrabattano per riuscire a far funzionare il microfono per l'artista, uno degli organizzatori invita le donne che avevano accolto l'avvocato al suo arrivo a spostarsi da dove si trovavano al piccolo spiazzo immediatamente a ridosso del tavolo dei relatori. La perplessità svanisce appena dalle casse si sentono le prime note della canzone: il piccolo esercito di attempate veline si alza ed inizia a danzare e battere le mani, mentre il cantante alterna alle strofe il ritornello “we are brothers, we are sisters, we live in peace”. Quadretto suggestivo, arricchito dai simpa(te)tici tentativi di alcuni dei relatori accanto e davanti a noi di partecipare con cenni del capo, sorrisi e battiti di mani. Quadretto perso un po', però, nella sua piccolezza rispetto alla vastità della cornice di indifferenza e perplessità che lo avvolge.
Dopo la tenera (ma strana, in questo contesto) parentesi di un cantante locale che si esibisce nel suo inno “we are brothers, we are sisters, we live in peace”, accolta con inspiegabile freddezza dai nove decimi del pubblico, l'avvocato riprende la parola. L'introduzione sembra il naturale proseguimento della canzone, una serie di variazioni sul tema del ritorno ai villaggi d'origine, alla vita di prima del conflitto, perché in fondo anche i ribelli desiderano, come tutti, di poter vivere in pace. L'abbondante ora successiva è essenzialmente informativa: una lunga, lunghissima relazione sulle vicende dell'ultimo anno, da Juba in avanti, con un'analisi dettagliata degli accordi raggiunti e dei punti sin qui firmati. Sono in realtà notizie di pubblico dominio, che tutti i presenti (e gli assenti, che han preferito non sacrificare alla delegazione un intero pomeriggio di lavoro – o riposo...) conoscono perfettamente, per averle seguite tramite radio, giornali o i periodici incontri con le autorità. Ma è su un punto in particolare che si sofferma il discorso, ed è quello dell'accountability, la valutazione dell'entità del danno morale e materiale subito dalla popolazione nei venti anni di guerra, danni compiuti – e che quindi devono essere ammessi – tanto da parte dei ribelli quanto da parte dell'esercito. Il discorso però si ferma qui, almeno su questo argomento, subito prima del naturale passo successivo, ovvero la questione del risarcimento: è impensabile immaginare che anche il più ricco dei governi possa permettersi di pagare i danni a un milione ottocentomila profughi, ma non meno perplessità desta l'ipotesi che tutto possa essere risolto tramite i riti tradizionali di riconciliazione del mato oput. Quanto poi, effettivamente, la gente sia consapevole dell'impossibilità di ricevere un giusto risarcimento resta di fatto ambiguo.
Questo “silenzio assordante” sulla questione, assieme ad apparentemente casuali uscite che descrivono Kony come “una brava persona” e un uomo “disponibile alla riconciliazione”, lasciano la sensazione che il vero obiettivo del legale sia quello di lasciar passare quasi per naturale e giusto il fatto che l'amnistia sia preferibile al processo davanti al Tribunale Penale Internazionale, una pace figlia dello sfinimento al rischio di ritorsioni o al fallimento delle trattative.
E' solo quando il sole comincia a tramontare che il secondo relatore riesce a prendere la parola ed iniziare il suo intervento. Poco di nuovo viene aggiunto alla discussione, nel molto tempo sottratto in questo modo agli interventi dei presenti: cui non resta spazio che per poche domande, “addomesticate” dall'incontro preliminare, dalle parole dei relatori e dalla stanchezza di una giornata passata per metà al lavoro nei campi e per l'altra metà ad ascoltare i rappresentanti degli uomini che per vent'anni li hanno costretti a vivere da rifugiati. Domande stanche ma che avrebbero meritato rispetto, e invece private anche della dignità di risposte concrete: dai membri della delegazione non arrivano che dichiarazioni superficiali, del genere che normalmente ci si potrebbe aspettare da persone prive di un reale potere rappresentativo.