Dacci il pane quotidiano

Diario dal Nord Uganda

Percorro le stradine all'interno della foresta, tra le coltivazioni di manioca, le uniche che in questo tempo danno ancora frutti, le sterpaglie e i campi incolti o appena solcati dalle ormai familiari zappe Lango ed Acholi.
Mi addentro nel bosco per andare a fare visita a Balababia, un anziano che viveva a Minakulu e che ora è rientrato al suo villaggio originario. Ora, per andarlo a trovare, devo spingermi a 10 km verso l'interno e poi proseguire tra la vegetazione più o meno folta sino ad arrivare alla sua capanna.
Lui, che quando lo conoscemmo non camminava perché mesi prima era caduto mentre rientrava dal campo e nessuno lo aveva portato in ospedale, era riuscito poi a rialzarsi in piedi e a muovere i suoi passi con le stampelle, dopo che lo avevamo curato. 

Ora lo vedo lì, seduto l'ombra della papaia, salutarci con un sorriso che scivola tra i suoi pochi denti rimasti... lo trovo dimagrito, ma felice di essere potuto ritornare alla sua casa, al suo villaggio d'origine.
Con lui la moglie e qualche nipotino che gli gironzola intorno.
Dopo i soliti calorosi saluti, lascio che le parole del suo racconto riempiano l'aria... spesso ascoltare la loro vita è per me come sentire raccontare una storia, talvolta irreale, dolorosa, diversa...
Balababia è troppo vecchio e malato per andare al campo a coltivare, la sua speranza è che i familiari lo accudiscano, ma si sa che quando la famiglia è numerosa e il cibo scarseggia, la vita per un anziano si fa più dura... e così  come nelle parti più tristi delle storie anche lui si porta la mano allo stomaco dicendomi che ha fame, che tutti lì in verità hanno fame, perché il raccolto ci sarà solo tra un mese o più e non resta che della manioca per riempire le pance vuote…
Sento il cuore triste perché in questi giorni più persone hanno interpellato la mia coscienza dicendomi di non aver cibo a sufficienza per sé e la propria famiglia...
Sento l'ipocrisia dei grandi progetti fatti a tavolino dalle ONG, destinati alla massa di rifugiati e inevitabilmente assenti verso i piccoli, verso coloro che stanno rischiando di rientrare.
Sento riecheggiare le parole del Padre nostro: "dacci oggi il nostro pane quotidiano", perché Dio non fa mai mancare il pane ai suoi figli, ma l'insensatezza dell'uomo sì...
Tante volte mi sono chiesta come potevamo noi occidentali dormire sonni tranquilli sapendo che altri essere umani soffrivano o addirittura morivano di fame...
Come possiamo dormire sapendo che mangiamo sempre più del necessario, sprechiamo l'impossibile mentre altri che hanno nomi, hanno un cuore e un corpo che palpita si sgranocchiano la loro patata cruda e insapore ?
Eppure è così, domani noi mangeremo molto, altri poco, molti altri niente...
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano", non voleva forse intendere "fa che quel che c'è sia distribuito per tutti visto che ce n'è in abbondanza?!!?"
Sarà perché sentirsi dire da queste parti "ho fame", non ha la stessa portata e valenza del nostro languorino allo stomaco prima di  mezzogiorno, o forse perché io sono una irriducibile criticona, ma vi assicuro che quel "ho fame" lo vivo come un pugno allo stomaco, mi inquieta, mi brucia questa  ingiustizia.
Ma come mi ha detto un'amica "siamo lì per camminare e condividere insieme" e così cercheremo di fare nonostante ci si senta così impotenti...
grazie Susanna per avermelo ricordato!!! 
Monica