Osservo il cielo e mi perdo nella sua immensità, nello splendore delle stelle mentre seguo con lo sguardo il percorso segnato dalla via lattea e rimango affascinata dalla luminosità della luna che mi regala la possibilità di osservare ciò che mi circonda: la sagoma delle capanne, il contorno degli alberi, l'ombra di qualche bambino che ancora non ha trovato riposo. Sono trascorsi più di due mesi dal mio arrivo in Uganda ed ancora provo lo stesso dolce piacere vissuto la prima volta che ho assaporato la maestosità del suo paesaggio. Sono proprio questi attimi che mi permettono di riprendere contatto con me stessa, con le mie emozioni, troppo spesso represse o dimenticate, con ciò che è difficile esprimere a parole ma che si può solo provare. Attimi di pace, attimi di gioia, attimi di stupore, attimi che troppo presto vengono invasi da ciò che ho visto e vissuto durante la giornata e che quindi si trasformano in riflessioni e quesiti.
Una delle prime cose che l'Africa mi ha insegnato è che per entrare dentro questo “mondo a parte” bisogna prima di tutto svuotarsi completamente, lasciando spazio solo alla propria essenza ed eliminando pian piano tutto ciò che fa parte del “modo di pensare Occidentale”. Il primo processo di cambiamento comporta resettare tutto e ripartire con una nuova visione della vita, nuovi valori, nuove priorità e possibilità, nuove risorse...poche in realtà.
Con il passare dei giorni il “piacere di comprendere” mi da` forza nelle difficoltà quotidiane ma, spesso, questo “piacere” dato dal processo di comprensione e consapevolezza stride con il dolore degli altri. Il piacere di comprendere quanta fatica costa andare ogni giorno a prendere l'acqua al pozzo si scontra con il dispiacere di vedere donne con pesanti taniche sulla testa e con un bambino legato alla schiena percorrere spesso anche molti chilometri; il piacere di comprendere la fatica di zappare la terra si scontra con la fatica di chi nella vita non può fare nient'altro che questo. Molte sono le contraddizioni, i sentimenti contrastanti diluiti nella gioia di vivere ogni istante della giornata nella semplicità più estrema, sapendo di concluderla perdendomi nell'immensità del firmamento e nelle sue luci che ogni sera assumono una luminosità diversa.
Ogni stella rappresenta un piccolo passo compiuto durante questa esperienza, molte brillano e racchiudono gioia, alcune hanno nel profondo ingiustizie e sofferenza, altre si sono spente.
Domenica 20 agosto, una partita a calcio tra i giovani di Oquir e quelli di Minakulu, un piccolo seme di speranza, forse un desiderio di normalità, un'alternativa alla solita “domenica d'ebrezza” regalata da troppo alcol, un modo per incontrarsi e conoscersi. Tutto questo può essere racchiuso in una semplice partita di calcio, giocata sul campo di Minakulu, la prima tra giovani di villaggi diversi. Alcune donne osservano divertite mentre altre sgranano il grano e pulisco piselli fuori dalle loro capanne, ora hanno qualcosa di nuovo e bello di cui parlare: la partita; sorridono e sono felici di dirci che appena terminato il lavoro andranno a vedere questo evento. Così io e Monica ci sediamo accanto a loro ed iniziamo ad aiutarle per far sì che possano finire il più presto possibile; i miei goffi movimenti le fanno sorridere, ho ancora molto da imparare da queste donne.
Una partita può sembrare solo un piccolo seme, solo una minuscola stella in un cielo infinito, ma in realtà mi da` coraggio e forza nel credere che anche qui qualcosa lentamente si stia muovendo, stia cambiando.
28 agosto – Moyo-
Cosa può dare lo sguardo intenso e profondo di una piccola orfana di 3 mesi? Solo quando la parte più intima di noi si incrocia ed incontra lo sguardo di un orfano allora siamo in grado di rispondere a questa domanda. E' questo uno dei doni che ho ricevuto oggi: la possibilità di rispondere a questa domanda unendo il mio sguardo a quello profondo di Gloria, piccola stella di 3 mesi che vive nell'orfanotrofio di Moyo. Il mio “essere piccola” si è fuso alla sua grandezza, ho iniziato a sentire il suo bisogno d'amore, la sua dolcezza e la capacità del suo sguardo di guardarmi dentro, giù fino infondo, fino a dove solo un bambino può arrivare.
Sabato 12 agosto – viaggio in auto dall'ospedale di Gulu a Minakulu -
Tutti noi sappiamo che ogni giorno muoiono nel mondo migliaia di bambini per la fame, per le malattie, per la violenza dell'uomo, per negligenza, per l'impossibilità di curarsi o addirittura di raggiungere un ospedale. Tutti lo sappiamo ma quando inizi a vedere con i tuoi occhi la precarietà della vita e la “morte ingiusta dei bambini” diviene la “morte ingiusta di bambini conosciuti” allora tutto cambia, i sentimenti iniziano a scorrere dentro divenendo presto un fiume in piena ricolmo di interrogativi, sensi di colpa, emozioni, limiti. Ho iniziato a “vedere con i miei occhi” e mi sono sentita limitata, impotente, ridimensionata. Ho investito molto tempo in Italia per comprendere i miei limiti, ho imparato ad accettarli e a conviverci serenamente, ma qui sento che anche questi sono da ricostruire, da rivedere, li sento più stretti e li tocco con mano ogni giorno.
Un lungo viaggio ricolmo di interrogativi per portare il piccolo corpo del figlio di Richard dall'ospedale di Gulu, dove una stellina è morta forse per l'indifferenza e la negligenza dei medici che troppo spesso agiscono con una lentezza estrema, fino a Minakulu. Qui, la disperazione dei famigliari, il dolore e ancora i miei interrogativi.
28 settembre
Sono trascorsi quasi due mesi dal mio arrivo in Uganda, ancora troppo poco per poter comprendere interamente la complessità delle sfumature di questa terra. Ogni giorno però, grazie alle molteplici attività che svolgo con gli altri volontari e con la gente, posso assorbire piccoli stralci di vita delle innumerevoli persone che incontro. In questi momenti di condivisione la loro sofferenza diviene in parte la mia sofferenza e le ingiustizie subite in uno squallido e maleodorante ospedale risuonano nella mia mente. Proprio in questi luoghi definiti erroneamente “di cura” spesso provo il dispiacere di vedere che i nostri sforzi sono vani poiché i malati non ricevono le giuste cure, certi che la loro guarigione non avverrà mai. Accanto al senso d'impotenza e di disagio nel vedere diritti violati quotidianamente c'è dentro di me la gioia di aver provato a donare a queste persone un briciolo d' umanità, una vicinanza empatica espressa a volte con un sorriso ed un semplice gesto che fa sentire all'Altro che in quel momento io sono lì per lui, solo per lui.
Accanto al senso d'impotenza e alla consapevolezza di non poter risolvere i problemi di questo popolo martoriato vi sono i piccoli segni quotidiani di speranza come il sorriso sincero dei bambini che sono ancora capaci di gioire per cose e gesti semplici, il desiderio degli adolescenti di leggere un quotidiano, oppure un'anziana donna che ci sveglia alle sette del mattino per regalarci 5 patate, un dono d' immenso valore poiché una parte del suo duro lavoro quotidiano nei campi e una delle poche cibarie che permette a molte persone del campo di sopravvivere. La scarsità di cibo , riflessa nei corpi scheletrici di anziani e piccoli bambini, fa spesso nascere dentro di me sensi di colpa dovuti alla troppo spesso scontata certezza di poter ogni giorno mangiare. Questo senso di colpa si inserisce all'interno di un sentimento più generalizzato che scaturisce dalla consapevolezza di avere infinite possibilità, una via di fuga, molte stelle che si prendono cura di me, che mi donano affetto e, soprattutto, la possibilità di scegliere il cammino di vita.
4 ottobre
Un uomo di nome Morris muore all'ospedale con l'Aids solo come un cane; una donna che ha perso il figlio che portava in grembo e va in crisi viene rinchiusa in una cella di un reparto di psichiatria per 4 giorni senza nulla, nemmeno un materasso sul quale riposarsi; la vedo lì, nuda e con gli occhi disperati, come se mi chiedesse: “perché sono qui?”. Non posso rispondere e non capisco. Sento una fitta profonda, sento che in questo reparto definito “di psichiatria” del Main Hospital di Gulu troppe sono le cose assurde che stanno violentando ciò che amo: la psicologia.
Scovia, una ragazza di 21 anni portata all'ospedale ieri sera d'urgenza per un aborto spontaneo oggi la vedo distesa a terra con ancora indosso la gonna sporca di sangue. Nessuno si preoccupa del suo dolore fisico e tanto meno di quello psicologico. Questa è una giornata come tante altre ma guardo il cielo e il peso delle violenze offusca lo splendore delle stelle.
7 ottobre
Perchè una donna che “tradizionalmente” si occupa dei parti nel villaggio arriva a tagliare con una lametta il corpo vivo di due bambini nati con il sedere attaccato? Perchè ci chiede un passaggio in auto mentre tra le mani tiene il corpo morto dei due piccoli riposti in uno scatolone per poterli fare vedere al padre che abita a Minakulu center? Perchè la madre non piange? Perchè tutti si comportano come se non fosse successo niente grave? Perchè ciò che a noi appare disumano qui non fa nascere nessun sentimento d'ingiustizia? Perchè la gente accetta tutto passivamente? Perchè il cielo questa sera appare senza stelle?
8 settembre -donna-
Donna che lavora nei campi con un figlio legato alla schiena e un altro nel ventre: zappa, semina, ara, taglia la legna e la porta sulla sua testa, donna che cucina, donna che si occupa della crescita dei numerosi figli, donna che si deve prendere cura del marito troppo spesso ubriaco, donna curva che pulisce la capanna, donna che raccoglie l'acqua al pozzo e la trasporta a lungo sulla sua testa, donna senza diritti ma solo doveri, donna senza voce, donna costretta alla sottomissione al volere e al piacere del marito, donna abusata, donna picchiata, donna violentata nel corpo e nell'anima, donna che soffre in silenzio, donna che non riceve amore, donna che cerca lo sguardo di un'altra donna per sentirsi meno sola, donna con la forza di prendere nelle sue mani il futuro di questa terra, donna: stella che brilla anche quando il un cielo è oscurato dalle ingiustizie.


