Articolo di Padre Carlos Rodríguez sulla presenza di Operazione Colomba in Nord Uganda
Cosa porta un giovane, brillante, laureato europeo a lasciare una vita comoda per trascorrere mesi a scavare senza paga nei campi dei rifugiati (internal displaced people (nota1)) del nord Uganda? Dallo scorso anno mi pongo questa domanda ogni volta che vedo i quattro volontari che lavorano nella mia parrocchia, a Minakulu-Bobi nel distretto di Gulu, tirare su le loro zappe e accompagnare alcuni dei rifugiati nei dintorni, nel loro lungo quotidiano viaggio per la sopravvivenza .
Due anni fa incontrai un gruppo di entusiasti italiani dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII che erano venuti per visitare il Nord Uganda e per avere una testimonianza di prima mano circa le condizioni di vita delle persone.
Per un buon numero di anni ho visto molti gruppi simili a questo. La maggior parte di essi viene per qualche giorno, scatta fotografie, mostra compassione e va via. Forse continuano il rapporto per un po' mandando soldi per supportare qualche progetto. I giovani della Giovanni XXIII avevano intenzioni diverse. Dissero di voler stare in un campo per rifugiati. “Vogliamo vivere con le vittime delle guerra” mi dissero “ma tutti quelli che abbiamo incontrato ci hanno detto che è impossibile”. La mia risposta fu : “Non è impossibile, è solo scomodo”.
Alcuni mesi più tardi quando l'arcivescovo John Baptist Odama li chiamò per lavorare in una delle sue parrocchie vennero a piantare la tenda ad Acholi. Questo movimento cattolico è nato circa 30 anni fa da Padre Oreste Benzi, un prete italiano, autore di molti libri sulla spiritualità che tra le altre cose si è distinto per la sua lotta a favore delle donne immigrate sfruttate come prostitute nei paesi europei.
Nei primi anni 90, alcuni membri di questo gruppo hanno dato vita ad un'iniziativa chiamata “Operazione Colomba”, un piccolo progetto di corpi di peacekeeping il cui lavoro può essere riassunto così: giungono in una zona di conflitto, vivono silenziosamente e poveramente tra le vittime della guerra, dando loro fiducia e amicizia e offrendo amichevolmente una mano a chiunque ne abbia bisogno. Sono stati presenti in luoghi come Bosnia, Kossovo, Cecenia, Palestina e dall'anno scorso in Nord Uganda.
La loro umile presenza nella mia parrocchia è stata una vera sfida per me. Le ONG internazionali fanno un grande lavoro in Nord Uganda. Senza il loro aiuto più degli 1.7 milioni di persone rifugiate ad Acholi, Lira e Teso sarebbero state deprivate di alcuni servizi essenziali come l'acqua, i servizi igienico sanitari, quelli per la salute, l'educazione e l'assistenza psico-sociale. Sono stati inoltre determinanti nell'aumentare l'appoggio internazionale.
“Operazione Colomba” tuttavia non è un'ONG di questo tipo. Non hanno progetti ambiziosi e non erigono neppure grandi strutture. Insistono col essere presenti nel conflitto accanto alle vittime della guerra. Questo è ciò che gli ho visto fare: camminano con alcuni dei rifugiati dal campo profughi fino ai loro campi, li aiutano ad arare e ritornano indietro. Aiutano alcuni gruppi della Chiesa per la giustizia e la Pace. Si prendono cura di alcuni bambini disabili. Portano all'ospedale i pazienti troppo poveri per pagarsi un trasporto. Costruiscono capanne per i rifugiati più anziani che sono rimasti senza parenti e molte altre cose.
Questo fa qualche differenza per il cambiamento della situazione? Devo rispondere con un chiaro “Sì”. Le vittime della guerra hanno bisogno di condizioni di vita migliori, hanno bisogno di sforzi per risolvere il conflitto e hanno anche bisogno di sapere che non sono soli per poter ricostruire la loro fiducia nella vita.
Inoltre vivere fianco a fianco con i rifugiati fornisce un punto di vista unico dal quale è possibile comprendere i loro reali problemi. Alcune volte possiamo essere impegnati in grandi progetti per migliorare le loro condizioni di vita mentre, allo stesso tempo, possiamo essere troppo lontani dalle loro angosce.
In questi giorni le cose possono apparire molto migliorate, con la recente cessazione delle ostilità tra il governo e LRA (Lord's Resistance Army (nota2)), ma per la maggior parte delle persone è ancora difficile trovare una manciata di fagioli per il loro unico pasto giornaliero. Dall'anno scorso, la distribuzione di cibo è stata diminuita, le piogge sono state troppo imprevedibili e di conseguenza le raccolte sono state alquanto misere. Stando così le cose la prima preoccupazione giornaliera della maggior parte dei rifugiati interni è: “come farò a sfamare i miei figli oggi?”.
Questo articolo non sarebbe completo se non menzionassi che i volontari di “Operazione Colomba” fanno del vivere in austerità un dovere. Sono stato testimone di come possano mobilitare decine di migliaia di euro per costruire un dispensario di medicinali e scavare pozzi, vivendo allo stesso tempo senza elettricità e acqua corrente e consumando pasti senza carne. Per tutti coloro che fossero interessati a questa grande iniziativa vale la pena visitare il loro sito web: www.operazionecolomba.org.
Le esperienze descritte sono un segno eloquente di come in situazioni di morte e disperazione causate dalla guerra ogni segno d'amore e solidarietà ha un valore infinito e dà speranza per la pace.
L'autore è un missionario cattolico che lavora in Nord Uganda
Link: http://www.ugandaobserver.com/new/oped/oped200608312.php
Note:
1 IDP: Internal Displaced People in italiano si potrebbe tradurre con “ sfollati” ma in realtà sono rifugiati (profughi) anche se a loro non si può applicare questo termine dal momento che queste persone, pur essendo state costrette ad evacuare a causa di violenza e persecuzioni, sono rimaste all'interno dei confini del proprio stato.
2 Esercito di Resistenza del Signore


