Sabato 26 agosto 2006 è diventata una delle date storiche per l'Uganda.
Nella giornata di sabato 26, infatti è stato siglato l'accordo per una tregua che ha avuto effettivo inizio alle 6.00 di martedì 29 agosto e che dovrebbe, secondo il piano di cessazione delle ostilità, portare nel giro di breve tempo alla pace.
Questo è il frutto del lavoro diplomatico portato avanti sul tavolo delle trattative in Juba (Sudan) e tanto auspicato dalle decine di osservatori esterni, mediatori e spettatori nel teatro di questo conflitto in atto da più di 20 anni.
Per più di un mese infatti si sono susseguiti incontri, visite nel parco del Garamba (base dei ribelli), dibattiti, consigli e le notizie sui giornali erano altalenanti. Ogni giorno le informazioni riguardanti i colloqui di pace riportavano uscite infelici da una o dall'altra parte, che non facevano che incendiare gli animi e affievolire le speranze di un popolo stremato dal conflitto e più ancora dalla vita nei campi profughi.
Così la notizia del duplice accordo tra il Governo ugandese e l'LRA con la mediazione di un'infinità di gruppi e persone della sfera politica e religiosa e la partecipazione nelle trattative del governo del Sud Sudan ha dato la possibilità più concreta dell'ultimo decennio per una “rapida” risoluzione delle ostilità.
Punto principale per la reale pace sarà che tutti i ribelli del gruppo armato LRA si presentino entro il 12 settembre in speciali centri in sud Sudan che li accoglieranno. L'UPDF (esercito ugandese) permetterà corridoi di passaggio ai gruppi di ribelli ancora presenti nel paese dopo la comunicazione ufficiale che tali ribelli cesseranno ogni attività armata. Solo a quel punto si potrà parlare di una reale “cessazione delle ostilità” e di procedere con le trattative per la pace.
Attualmente ci sono quindi in vigore 14 giorni di tregua prolungabili solo dal “generale” Museveni, comandante in capo dell'UPDF.
In territorio sudanese sarà invece l'SPLA (esercito sudanese) a dover mantenere sicurezza ed ordine anche nei due centri di raccolta dei ribelli.
I problemi nono sono però finiti qui e di così facile e breve risoluzione. La strada verso la pace è come un campo minato ed i due contendenti non hanno ancora finito di cospargersi la strada di chiodi, così da una parte i ribelli cercano ancora di prendere tempo adducendo scuse e problemi di spostamento per donne bambini e feriti, chiedendo l'intervento di mezzi governativi e se necessario di aerei delle nazioni unite, dall'altro il governo si fa grosso ed insofferente affermando che “se hanno camminato fino ad oggi non vede perchè debbano chiedere mezzi di trasporto”.
Un altro problema sarà la rilocazione delle persone che torneranno dal bosco. Una delle proposte avanzate è quella di mantenere immutati i nuclei famigliari che si sono formati durante il periodo di cattività forzata, questo però non rispetterebbe affatto la dignità di quanti sono stati rapiti e violentati dai ribelli in tutto questo tempo. Un'altra cosa con cui bisogna fare i conti è la proposta di un indennizzo da dare agli ex ribelli per ricominciare una vita o un'attività. Di contro c'è però il malcontento generale per un'azione del genere, che sembrerebbe premiare quindi gli aguzzini e punire ulteriormente quanti ne sono stati vittima.
C'è in atto un grande lavoro per trovare la giusta forma di compensazione, aiuto per ricostruire futuro e speranza. Il tutto però come insegna la commissione sudafricana richiede uno sforzo collettivo che forse questa società ancora così frammentata non è ancora pronta a fare, ed un passo verso un perdono delle azioni compiute che non può lasciare ferite aperte.
I Volontari dell’Operazione Colomba in Uganda


