Le storie di guerra spesso cominciano e finiscono con il lampo di un'esplosione e dal successivo conto dei morti e dei feriti. La storia di quell'esplosione, nell'ormai lontano aprile del '99, la storia di quel trattore in fuga non ebbe nemmeno gli onori della cronaca. Nemmeno lo sterile annuncio: "due morti e tot. feriti", in quel momento in cui sulla Jugoslavia e sul Kossovo si abbattevano le bombe umanitarie che non difendevano nessuno e che davano ancor più forza ed esaltazione a criminali serbi che non aspettavano altro che tagliar gole e far pulizia etnica.
Io, in quei mesi del '99, non conoscevo la storia di quell'esplosione, avevo amici da tutte le parti e il mio sentimento era di paura, terrore e rabbia, tanta rabbia per una violenza e una guerra che si sarebbero potute fermare 10 anni prima senza tanto sangue e bombe. Rabbia per chi aveva interrotto il nostro, e di altri, sforzo di trovare una soluzione tra le parti. La storia di quel lampo bastardo la conosco qualche mese dopo quando, nel giugno '99, rientriamo assieme a chi era scappato sui trattori, in quel Kossovo bagnato di sangue e dove le violenze non erano finite. La storia di quell'esplosione e di quel trattore presenta sotto forma di una bambina con i capelli corti e neri, di 4 anni, con un gesso e dei ferri che le sporgono dal braccio.
Ogni tanto accompagniamo questa bambina, che abita fuori città, ai controlli presso l'ospedale perché quei ferri paiono essere la soluzione per curare quel braccino che non si vuole aggiustare. La prima volta che vidi B. faceva inizialmente la timida ma bastò dirle che era bella per conquistarla e farla sedere sulle mie ginocchia. B. è bella e vispa, sposta il suo braccino malato di modo che i "suoi ferri sporgenti" tocchino Andrea, che le sta affianco, solo perché Andrea teme di toccarla e di farle male. Lei si diverte a vedere questo italiano molto attento ai "suoi ferri". La conoscenza con la famiglia ci permette poi di scrivere la storia di due morti e tot. feriti.
Correva l'anno '99, era la fine di marzo o gli inizi di aprile. N., padre di 6 figli, si era forzatamente trasferito l'estate precedente dal villaggio di Zaahac a quello di dove aveva dei parenti e dove la maggioranza degli abitanti era albanese. A cacciare la famiglia di N. erano stati i serbi, forse gli stessi vicini di casa. I bombardamenti della Nato a difesa della popolazione albanese erano cominciati, i pochi osservatori internazionali che limitavano, con la loro presenza, le violenze, erano già tutti fuori dal paese fin dal 23 marzo. Anche il villaggio di ... era diventato insicuro per N., la sua famiglia e tutti gli albanesi: un trattore e il suo rimorchio l'unico mezzo di fuga. N. è alla guida del trattore quando i colpi di un cecchino cercano di ucciderlo al volante. Il trattore si ferma, N. scende e cerca di evacuare tutti gli ospiti del rimorchio quando un forte rumore e un lampo di luce bloccano l'operazione: è una granata.
Non so esattamente cosa sia successo in quell'istante, forse una fuga precipitosa dei superstiti, forse urla acute dei feriti, forse un lamento sordo simile a quello dei dannati come descrivono testimoni della strage del pane che anni prima aveva insanguinato le vie di Sarajevo. Su quella strada di campagna rimangono uccisi la moglie ed un figlio, di 6 anni, di N..
Molti sono i feriti ma i più gravi sono N. e la sua figlia minore: B. di 4 anni. I feriti vengono trasportati in una casa già abbandonata, i superstiti scappano compresi gli altri figli di N.: di 7 e 9 anni e i due maggiori rispettivamente di 14, la figlia, e di 16 il figlio.
La direzione è quella di molti profughi in fuga dai dintorni di Pec-Peja: Montenegro e poi Albania. Dei soldati serbi raggiungono N. e la figlia feriti rispettivamente alla gamba sinistra e al braccino destro. Pare che uno dei soldati la voglia far subito finita uccidendo i "nemici" feriti.
Un'ufficiale interviene e ordina alla truppa di aiutare N. a salire sul mezzo che lo porterà all'ospedale di Pec-Peja. Al rifiuto dei soldati è lo stesso ufficiale ad aiutare N. a salire sul mezzo. Arrivati all'ospedale di Pec-Peja le strade di B. e il padre si dividono: B. va d'urgenza a Pristina, N. rimane a Pec-Peja. All'ospedale N. incontra un medico che gli dice che era meglio se i soldati lo "facevano secco" sul posto ma anche un'altro che gli dice che il suo dovere di dottore è curarlo, a prescindere dall'etnia. Nei giorni passati nelle corsie dell'ospedale N. riceve altre visite, ci sono delle persone che lo minacciano e lui ha paura. Non rivela, però, nulla nemmeno al medico "buono" ma gli chiede aiuto per essere trasferito in Montenegro. Il dottore prepara i documenti e lo fa trasportare con un'ambulanza fino nei pressi della stazione degli autobus. Qui N. aspetta un giorno intero finché trova un passaggio fino in Montenegro dove, in casa di un'anziana donna albanese, trova aiuto e alloggio.
Giugno '99: Milosevic capitola, le truppe serbe lasciano il Kossovo, la Nato entra. Simile movimento anche per i civili, i serbi lasciano le loro case gli albanesi ne fanno ritorno, li dove il fuoco etnico le ha risparmiate. In tempo di Nato e amministrazione UN ci sono ancora roghi e violenze ma in misura rapportata al numero minore di serbi rispetto agli albanesi.
Incomincia l'invasione del Kossovo ad opera delle molte ONG e dei soldi della missione arcobaleno. La gamba di N. migliora, il braccino di B., che dopo 2 mesi di ospedale con infermiere serbe riprende pratica con la sua lingua materna, no. Pochi mesi, forse 6, dopo la fine dell'ostilità e B. viene portata in Germania per essere curata ad opera di ONG tedesca.
Parte sola, la sorella maggiore deve fare da mamma, il fratello maggiore deve sostituire il padre invalido e gli altri fratelli sono troppo piccoli.
Ancora una volta B. si trova in un mondo che non parla la sua lingua ed
è costretta ad impararne un'altra. Nel frattempo un'ONG italiana consegna un container abitativo di 3 metri per 9 che viene montato proprio li da dove la famiglia era fuggita nell'estate del '98. Le rovine della loro casa ora hanno la compagnia di quelle delle case serbe che stavano nei dintorni.
Il container è piccolo ma da' dignità a questa famiglia monca. Non c'è nemmeno più l'energia elettrica spazzata via dal conflitto. Un'altra organizzazione non governativa, dopo molte sollecitazioni, ripara il guasto.
B. è ancora lontana quando sua sorella e suo fratello cominciano ad andare a scuola nella scuola che dista qualche chilometro. Non c'è nemmeno quando un'organizzazione concede, proprio per le difficoltà in cui versa la famiglia, di costruire una casa ex-novo, la vecchia, con mattoni d'argilla non può essere ricostruita. B. subisce numerose operazioni ma sta bene, tutti le vogliono bene e quando non è in ospedale è ospite presso una famiglia. Il problema è che l'organizzazione che l'ha
portata fin là non cura bene i contatti con la famiglia rimasta in Kossovo, lo zio che lavora in Germania non ce la fa a farle visita molto spesso.
Grazie alla famigliarità con la rete di un nostro volontario, riusciamo a conoscere il numero di telefono dell'ospedale. Cominciano delle telefonate, dove il padre riesce a sentire la voce della figlia che ormai parla solo tedesco. Sono di nuovo due nostri volontari, che per motivi di lavoro abitano i Belgio, ha portare a B. le foto dei fratelli, delle sorelle e del padre. Anche il processo inverso si compie e la famiglia è felice di vedere le foto di B.. Nel novembre 2000 finisce definitivamente il progetto dell'Operazione Colomba in Kossovo. La famiglia di N. ha ora una casa ma ci sono difficoltà economiche e B. è ancora lontana.
Quest'estate, dopo 2 anni, sono tornato in Kossovo a trovare i vecchi amici. Sono andato anche a Zahac a trovare N. e i suoi figli. C'è anche B., tornata un anno e mezzo fa'; ora frequenta la seconda elementare e fa' sfoggio delle poesie imparate a scuola. Il padre dice che all'inizio la lingua è stato un problema ma ora tutto è a posto. Lui, si è risposato, e c'è anche un nuovo bambino in famiglia. Il container abitativo 3 per 9 lo ha venduto per pagare le spese del matrimonio. La famiglia ha ancora grosse difficoltà economiche ma almeno sono di nuovo tutti assieme. Questo non è un lieto fine, e nemmeno il finale della storia di una bambina e del suo braccino malato. Forse sono solo poche parole dopo un'esplosione, forse è un tentativo di umanizzare la sterile dichiarazione:" due morti e due feriti".


