dal Kossovo

Un altro paradossale capitolo della breve storia di questo paese


Gorazdevac, 14 Lug  lio - Nel villaggio di Zalq per gli albanesi e Zać per i serbi, un piccolo paese della Drenica (regione centrale del Kossovo), reso ancor più piccolo e disabitato dalla guerra, da ormai quasi quattro mesi vivono accampati in tendoni un gruppo di uomini di rientro dalla Serbia, in attesa della ricostruzione, da parte del governo kossovaro, delle proprie case andate distrutte durante il conflitto.

 
 
 

 

Partiamo dall'inizio:

Nei primi giorni di Aprile, un paio di settimane dopo che i rifugiati serbi si erano stabiliti nell'isolato paesino di campagna, gli abitanti del villaggio, per maggioranza kossovari albanesi, insorsero in una protesta volta a dimostrare alle autorità tutta l'ostilità rispetto a tale ritorno.

Purtroppo come da queste parti spesso succede durante queste manifestazioni, qualche testa calda fece di tali disordini un pretesto per sfogare la propria rabbia prendendo a sassate l'accampamento. Nell'occasione, solo l'intervento della polizia, con l'aiuto della kfor (forza militare internazionale), riuscì a sedare la protesta.

Da lì a pochi giorni, durante la notte, un uomo armato di fucile si intrufolò nei pressi dell'accampamento e vi indirizzò degli spari ad altezza uomo. Questa volta oltre che i serbi vennero messi in pericolo anche alcuni militari sloveni che, dopo i recenti disordini stanziano in un casolare adiacente. Ciò che ne conseguì fu che il responsabile dell'episodio venne arrestato e la scorta armata dell'accampamento fu decisamente rafforzata.

Non ne ho ancora scoperto il motivo ma, in  Kossovo, legge e applicazione della legge, hanno  spesso fini del tutto divergenti. Così, quattro giorni dopo l'arresto, il responsabile dell'agguato venne rilasciato.

Non è un caso  che, passato poco tempo, uno dei rifugiati, un signore anziano, venne colpito al capo da una pietra e che tale pietra provenisse dalle stesse mani che conobbero  il carcere  poco tempo addietro.

Dopo una notte in ospedale e qualche punto di sutura il vecchio fece ritorno alle tende; il responsabile della violenza invece venne arrestato di nuovo e da li a pochi giorni venne  ancora rilasciato.

Durante tutto questo tempo, noi della Colomba entrammo in contatto sia con i serbi dell'accampamento che con la popolazione albanese del villaggio. Nel particolare, per ciò che riguarda i rientranti serbi, venimmo a conoscenza che uno di quegli uomini era il fratello di una signora di Goraždevac con la quale siamo in buoni rapporti da parecchi anni. Così, ci proponemmo di accompagnare  la signora in visita dal fratello e di sfruttare tale incontro per  farci un'idea dell'accaduto.

La prima volta che ci recammo a  Zalq/Zać fu in una giornata di sole di fine Maggio. Il prato sul quale incontrammo le tende, si estendeva a pochi metri dalla strada principale: una via di una sola carreggiata che taglia in due ampie colline coltivate a grano. Su di esse si contavano poche abitazioni in mattone, costruite giusto a lato di ciò che rimaneva delle case distrutte più di dieci anni addietro, quasi a ricordare ai visitatori un passato già di suo difficile da dimenticare. Nonostante le condizioni precarie nelle quali vivevano, l'accoglienza dei serbi (tutti quanti uomini) fu fin da subito sorprendente. Infatti, dopo i dovuti saluti e presentazioni, raccattando in fretta e furia quattro sedie di plastica ed un tavolino, improvvisarono un'improbabile salotto a cielo aperto, ci invitarono a sedere e mentre uno di loro preparava l'immancabile caffè turco, iniziammo a chiacchierare in tono del tutto cordiale.

Ascoltammo la loro storia, una storia che iniziava anni addietro, quando serbi e albanesi vivevano e lavoravano fianco a fianco senza alcuna difficoltà e terminava nel paradossale presente in cui, politica a parte, il solo fatto di voler indietro ciò che a parer loro gli apparteneva, divenne il pretesto di uno scontro dai toni sempre più accesi.  

Dalle loro parole e dai loro occhi si percepiva una grande incertezza, come se si sentissero nelle mani di un governo che effettivamente non riconoscono e fossero circondati da un popolo ostile che, almeno quanto loro, si sente usurpato delle proprie terre.

Tornammo spesso a fare visita al campo e ogni volta venimmo accolti come dei vecchi amici, in più di un occasione fummo resi partecipi dei loro problemi e delle loro preoccupazioni quotidiane. Si dissero stanchi delle provocazioni che subivano ogni giorno: a volte si scorgevano dei passanti mandare gesti di sfida verso l’accampamento e, dalla reazione degli uomini, per quanto cercasse di essere controllata, trapelava un certo sconforto. Inoltre durante quasi tutti gli incontri non potemmo fare a meno di sentire l'eco altisonante della musica tradizionale albanese proveniente dal balcone un’abitazione poco distante, sul quale due casse enormi erano appositamente puntate in direzione delle tende. Questo atteggiamento infastidiva palesemente il gruppo di rifugiati che spesso si lasciavano andare ad esclamazioni stizzite.

Per ciò che riguarda gli abitanti di Zalq/Zać, le vecchie conoscenze della Colomba furono, anche questa volta, indispensabili per riuscire a stabilire un primo contatto: in questo caso sapevamo che undici anni fa altri volontari della Colomba avevano aiutato una ragazzina di nome B. , proveniente proprio da Zalq/Zać,  che era alle prese con delle urgenti cure ad un braccio rimasto vittima di un esplosione;  stare sulle orme di questa bambina, per accertarci delle sue condizioni, divenne un pretesto più che buono per avvicinarci alla gente del posto.

Andare alla ricerca di B., chiedendo informazioni di casa in casa, ci diede la possibilità di scambiare quattro chiacchiere con qualche famiglia del luogo. La prima impressione fu di non essere del tutto i benvenuti: credo non fossimo i primi curiosi che in quei giorni bussavano a quelle porte. In ogni caso, anche se si avvertiva una certa avversione al dialogo, riuscimmo comunque a sentire diverse impressioni riguardo al ritorno dei serbi.

Era comune a molti di loro la paura di essere nuovamente strappati dalle proprie terre e in alcuni casi trapelava una certa rabbia nei confronti dei rifugiati che, a sentire loro, erano per maggioranza criminali di guerra. Infine, casa dopo casa, indicazione dopo indicazione, trovammo l’abitazione dove, da quando le era stata ricostruita, viveva B.. La bambina non era in casa ma il padre ci invitò comunque ad entrare. Questa famiglia viveva giusto a ridosso dell'accampamento ed era inevitabilmente scossa da tutti gli avvenimenti ad esso legati.

Il parere di quel padre di famiglia non divergeva molto dagli altri che ascoltammo nel villaggio, anche in a questo caso si percepiva un forte rancore nei confronti del gruppo di serbi e una grande preoccupazione di poter perdere la propria terra. Gli albanesi del villaggio undici anni fa erano stati cacciati e le loro case bruciate, in qualche caso ancora nella offensiva serba nell’estate 98….era chiaro che il rancore nasceva da una sofferenza forse passata ma ancora viva nella memoria di ogniuno.

Il tempo passava e poco sembrava cambiare: la data di inizio dei lavori per la costruzione delle case slittava di settimana in settimana, intanto si registravano nuovi spari nei pressi del campo e la situazione sembrava destinata a rimanere immutata per chissà quanto tempo.

Lunedì scorso, invece, veniamo colti da una notizia inaspettata: la costruzione delle case ha avuto inizio. Ieri siamo tornati all'accampamento dove finalmente si respira un aria diversa.  Da poche settimane per le tende girano anche delle donne e dei bambini, unitisi agli uomini quando la ricostruzione delle loro dimore sembrava imminente.

Veniamo accolti con il consueto entusiasmo e siamo subito condotti ad uno dei cantieri recentemente aperti.  Alcuni camioncini vanno e vengono portando uomini e materiale edile, manovali armati di pale lavoravano alle fondamenta mentre altri alla betoniera si occupano del cemento. Salutiamo gli operai in serbo ma la risposta arriva in albanese: l'impresa costruttrice è completamente kossovaro-albanese.

Che paradosso: lo stesso popolo che, pieno di rabbia 11 anni fa dette a fuoco a quelle case, per vendicarne alte andate a fuoco, ora è lì che le ricostruisce e ad assistere ai lavori c'è un altro popolo, responsabile di altrettanta terra bruciata che forse per la prima volta, da tanto tempo, sta di fronte ad un tentativo di ricominciare da capo .

Non credo che il governo del Kossovo ne tanto meno questi operai albanesi siano entusiasti di ricostruire quelle case, la necessità per il primo di evitarsi impicci internazionali e per i secondi di portare a casa uno stipendio in un paese in cui pochi se ne possono vantare, è oggi (a 11 anni dal conflitto) prioritaria rispetto ad ogni ideale di bandiera.

Potranno anche gli abitanti di Zalq/Zać mettere da parte il proprio risentimento nei confronti gli uni degli altri per degli interessi a loro comuni?!

Sarà questo un rientro “sincero” o come altri visti in Kossovo solo un modo per poter vendere tutto e tornare in Serbia? Se ci sono dei criminali (da una e dall’altra) parte andranno in carcere? Riusciranno gli abitanti di Zalq/Zać a guardarsi come uomini, prima che come serbi e albanesi, e a perdonarsi?