Diario di Mattia

In viaggio verso Castel Volturno - di Mattia

10 febbraio 2010

La memoria. I 400 ragazzi tornati ieri dal viaggio nella Polonia di Auschwitz ce lo ricordano: il passato va custodito affinché gli errori e gli orrori non si ripetano.  E c’è bisogno di investire tutti i sensi per trattenere il ricordo e sviluppare anticorpi. C’è bisogno di partire, di viaggiare, di vedere, di immaginare, di ascoltare, di sentire, di toccare. Ben vengano quindi i “treni della memoria” come strumento concreto per ricordare la radice tragica e violenta della nostra giovane Europa. E mentre i giovani partono e tornano, noi adulti spesso ci ritroviamo fermi, incapaci perlopiù  di vedere e trattenere  quello che accade anche oggi e che contiene in potenza la stessa violenza. Il tempo che stiamo vivendo sta covando il germe della cattiveria, dell’intolleranza verso il diverso, del “respingimento” di chi migra verso un futuro migliore.

“Memoria a breve termine” mal funzionante; e così accade che ci lasciamo scivolare addosso con indifferenza le trovate per nulla divertenti di una Lega sempre più estrema e a mio avviso pericolosa. Ciò che non si conosce e non si ricorda però fa paura. Sono altro, vadano via.

Poche settimane fa Rosarno: immigrati clandestini, raccoglitori di frutta, vivevano in condizioni palesemente disumane, in case di cartone. Per qualche giorno i giornali e le televisioni nazionali ci hanno raccontato uno spaccato di verità che conosciamo ma che forse non vogliamo ricordare: la clandestinità è una condizione di debolezza che rende ricattabile e sfruttabile innanzitutto l’immigrato. Lavoratori stagionali finché serve, e poi via…. dove? Non importa.

A settembre del 2008 la medesima condizione si era palesata a Castel Volturno, in provincia di Napoli.  130 proiettili sparati contro gli stranieri, 6 extracomunitari uccisi. Stessa storia, stesse condizioni disumane. Dove sono? Cosa fanno? Non importa.

Invece importa. Perché sappiamo –lo sappiamo davvero- che nel nostro Paese vi sono stati episodi di violenza, di sfruttamento, di riduzione in schiavitù. Accade anche oggi, sotto questo cielo. Argomento scomodo, che attiva inconsciamente ed immediatamente le resistenze del “si, però, le regole, il lavoro, la sicurezza…”. Abbiamo il dovere io credo, nei confronti di quei giovani che mettiamo su un treno a coltivare memoria, di proteggere l’oggi, il loro domani, dalla deriva dell’odio.
Le domande restano: chi sono? dove sono? cosa fanno? perché sono qui? e se accogliessimo invece che respingere?

Tutte qui le ragioni del mio viaggio a Castel Volturno, dove l’aggressione feroce verso gli immigrati ci raccontò un Paese che fatica ad accogliere e a ricordare. Per investire i sensi, per vedere, toccare, sentire quanto anche oggi accade. Per ricordare e coltivare gli anticorpi alla cattiveria. Sotto questo cielo.


Califfo Ground, il supermercato dello sfruttamento

12 febbraio 2010

Per questi giorni di permanenza a Castel Volturno sono ospite di Erika e Marco, volontari dell’Operazione Colomba, una organizzazione che si occupa di condivisione in situazione di conflitto e che propone l’esperienza della nonviolenza. Presenti in Palestina, Kosovo, Colombia hanno deciso da circa sei mesi di stabilirsi anche qui, in provincia di Caserta. Zona di conflitto di casa nostra.

Erika è Trentina, di Preore: sorriso semplice e generoso. Non è raro incontrare conterranei quando si va in posti dove il volontariato e la solidarietà sono una espressione necessaria.

La nostra giornata inizia alle 6.00 di mattina. Piove e fa freddo. Prendiamo il pullman per Giuliano. Tutti neri, tranne noi. Qualcuno recita a memoria un brano del Vangelo. Ad un certo punto smontano tutti: seguiamo l’onda. Siamo arrivati sul “nostro” marciapiede. Circa 150 immigrati aspettano i “caporali” che selezionano i lavoratori di oggi e stabiliscono il “giusto” prezzo. 20 euro a giornata…. in nero ovviamente. Destinazione sono i cantieri edili o i campi agricoli. È il Califfo Ground, il supermercato dello sfruttamento.

Abraham viene dal Burkina Faso e si stupisce della presenza di tre bianchi sul suo stesso marciapiede. è un ragazzo giovane, con un grande cappello di lana e due occhi neri: sono tre settimane che non viene scelto per lavorare. Medita di tornare alla periferia di Rosarno. Parlano tutti inglese, nessuno ha contatti stabili con gli italiani. Ci guardano con diffidenza mista curiosità. Sono un mondo a parte che vive in un sistema diviso. La storia si ripete, a casa nostra. Clandestini per forza, che vedono il permesso di soggiorno come un miraggio. La parola che ripetono più spesso e “job”, lavoro. Qualche mese fa, per provocazione, un sacerdote del posto, ora trasferito, aveva iniziato a stampare e distribuire permessi di soggiorno “in nome di Dio”. Quando lo Stato, diceva, non riconosce un diritto, è giusto rivolgersi all’Ente Superiore.

L’aria è tagliente e ruvida. Un odore acre di rifiuti bruciati gratta la gola. I 27 chilometri di statale lungo la quale si affaccia Castel Volturno sono un ricco campionario di miseria e squallore. L’immigrazione è sicuramente la realtà più evidente anche se qui le contraddizioni e le difficoltà sono molte: governo del territorio da parte della camorra, inquinamento, abusi edilizi, rifiuti ovunque, assenza dello Stato.

Sul lungomare, non balneabile, sorge una imponente e fatiscente costruzione degli anni ’60, denominata Villaggio Pinetamare. Costruito dai Coppola, famiglia della attuale vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno. Edificio al centro di mille controversie e di molte contestazioni sulla sua regolarità, comprendeva alberghi, residence, ristoranti, un porto per 800 barche, 1.300 posti auto, una chiesa. In parte abbattuto nel 2.000, nell’ambito della demolizione delle costruzioni abusive della costa, ha ospitato prima i terremotati del Belice e del bradisismo di Pozzuoli: ora è il rifugio di molti immigrati.

A pochi passi il campo da golf a 18 buche, fra i più grandi d’Europa. Mondi paralleli, che si sfiorano senza toccarsi, separati e non comunicanti. Contraddizioni di oggi, su questa terra, sotto lo stesso cielo.


Castel Volturno: la polvere sotto il tappeto

13 febbraio 2010

L’immagine più frequente che mi viene in mente è quella della polvere sotto il tappeto. Sembra che i problemi ed i veleni di mezzo mondo si siano dati appuntamento a Castel Volturno. E che il prezzo della “bellezza” che c’è altrove sia l’inferno di qui. Un territorio devastato dal cemento e dalle costruzioni abusive, con le fogne a cielo aperto, imbevuto di rifiuti di ogni specie, controllato dalla camorra. A pochi chilometri da qui sorge Casal di Principe, roccaforte dei Casalesi. Oggi sul “Corriere di Caserta” in prima pagina la notizia è l’arresto di De Luca, latitante da 5 anni, ricercato per camorra e triplice omicidio. Non è solo immigrazione, camorra, sfruttamento, traffico di rifiuti: è tutte queste cose insieme. È una economia, un sistema che si regge su questi elementi. Qui i clandestini servono. Perché servono braccia per raccogliere patate, arance, frutta. Servono braccia nei cantieri edili. Braccia di gente disposta a lavorare per 20 euro a giornata e a dormire in case abbandonate. Polvere sotto il tappeto. Dicono che qui vicino, in mezzo ai campi, a contatto con i frutteti e le serre, siano stati stoccati i rifiuti di Napoli e di mezza Campania. Cerchiamo su “Googlemaps” le immagini satellitari della zona. Non è difficile individuare una grande macchia nera, vicino alla strada per Giuliano. Prendiamo la macchina. Dopo molte ricerche e molti tentativi fra sentieri di campagna troviamo questo mausoleo del rifiuto. Due chilometri quadrati di “eco-balle”, tronchi di piramidi, alte 6 o 7 metri. Manca il respiro. C’é di tutto. Camminiamo in mezzo ai muri e ai rifiuti per due ore. In silenzio. Altra polvere sotto il tappeto. M. ha da poco avuto un figlio. Andiamo a trovarla. Abita nel quartiere “Destra Volturno”. Strade larghe, con file di lampioni su entrambi i lati, villette stile “seconda casa al mare” abbandonate e diroccate. Cancellate fatte con le reti dei letti. Cani randagi. Silenzio e strade deserte. Eppure ti senti gli sguardi addosso. All’ingresso del quartiere un italiano abbondante sprofonda in un divano sfondato. E segue con gli occhi il nostro lento ingresso. Arriviamo al mare. Divieto di balneazione. Una spiaggia degna di Miami abbandonata per l’inquinamento. Il mare marrone scuro. La sensazione è di ineluttabilità, di impossibilità di cambiare. Giorgio, il fruttivendolo che ha un banchetto abusivo davanti al supermercato, me lo confida pieno di amarezza: “da che parte vogliamo cominciare: qui è tutto un guaio…”. Italiani senza speranza, senza forza di reazione. Gli stranieri, con l’inferno che hanno vissuto per venire fino a qui, invece reagiscono. Dopo la sparatoria di settembre 2008, in cui sono stati uccisi sei immigrati, sono loro a reagire. Sono loro a organizzare la prima manifestazione contro la camorra e il razzismo. Miriam Makeba, cantante sudafricana per trent’anni esiliata dal regime dell’apartheid, ha regalato un concerto il 10 novembre 2008 a Castel Volturno, in solidarietà con gli immigrati e con le denunce di Saviano. E qui quello stesso giorno è morta, nel pub “Black and White”. Uno dei simboli dell’Africa e della lotta contro le discriminazioni, è morta a Castel Volturno. In questo angolo di Africa in pieno meridione. polvere sotto il tappeto. Sotto lo stesso cielo.


All'American Palace, Castel Volturno

14 febbraio 2010

E. è un bambino di 7 anni. È nato a Castel Volturno, da madre ghanesiana. Il papà è morto. Va a scuola e pomeriggio frequenta l’oratorio dei padri Comboniani. Occhi grandi. Parla l’italiano con un simpatico accento napoletano. Quando ci incontriamo al campetto da calcio mi bombarda di domande: chi sono, da dove vengo, quanti anni ho, per quale squadra tifo. Lo conquisto definitivamente quando scopre che siamo entrambi tifosi della stessa  Juventus.

“Dove abiti?”, gli chiedo. All’American Palace. Lo accompagno. Entriamo in un edificio inquietante, lurido, buio, con un fetore nauseabondo. La sua famiglia abita al primo piano. Alle porte accanto, mi dicono, spaccio e prostituzione. L’andirivieni e il traffico di gente che c’è nel giro scale conferma un certo movimento. La mamma gestisce un market abusivo. L’appartamento è una discarica di merce varia. Stanno traslocando.  Prima di salutare ripetiamo con E. la casellina del 4 e poi mi batte un cinque con la mano.

Scendiamo nuovamente in strada e torniamo verso casa. Questa sera abbiamo invitato a cena due ragazzi immigrati, entrambi del Ghana. È incredibile la forza e il buonumore che mantengono, stante la vita che fanno. È da due mesi che si recano al “Califfo ground”, la rotatoria dove i “caporali” selezionano la manodopera per la giornata, senza che nessuno offra loro lavoro. Vengono entrambi da Rosarno. Ci raccontano.

Raccoglievano mandarini. I braccianti provenienti dall’est Europa potevano raccogliere i frutti dall’albero, quelli raggiungibili stando in piedi. Gli africani avevano il compito di salire sulle scale e prendere gli agrumi in alto. Per tutti il prezzo è lo stesso: 1 euro a cassetta. La raccolta delle arance invece viene pagata 50 centesimi a cassetta. La frutta poi evidentemente finisce sulle nostre tavole.
Ci raccontano della paura che avevano della paura che avevano a passare per il paese, specie a fine mese, quando in tasca avevano qualche euro. Per andare a lavorare era preferibile passare dai boschi, invece che dalle strade principali, per il rischio di essere scippati. La discussione si fa profonda ed interessante. Con semplicità mi confermano il paradosso in cui stanno vivendo:
"siamo qui per lavorare - mi dicono - ci svegliamo alle 4 di mattina, torniamo la sera alle 10. Abbiamo bisogno di un documento per non subire perquisizioni ogni giorno, una carta che spieghi alle forze dell'ordine chi siamo. Ci sono italiani qui che sparano, girano armati, che ci picchiano e ci derubano, che non lavorano e che non vengono fermati mai. Voi, di chi dovete avere paura? Di noi o di loro?"
Domanda imbarazzante a Castel Volturno, dove i paradossi sono evidenti, dove parlare di immigrazione e clandestinità ha tutto un altro sapore. Dove l’ingiustizia e la violenza è quotidiana, e dove è evidente che gli immigrati, i clandestini, sono solo l’anello più debole di un meccanismo perverso che stritola persone, deforma storie, compromette vite. Di chi avere paura? Chi proteggere, accogliere e mettere al riparo? Chi abbracciare chiedendo perdono? Camorra e immigrazione, caporalato e sfruttamento, abusivismo edilizio ed inquinamento. Sotto lo stesso cielo.