Sono le quattro e trenta del mattino, come al solito K. si sveglia per andare in uno dei tanti Califoo Ground, i luoghi, solitamente rotonde lungo le strade della provincia casertana, dove si recluta la manodopera a basso costo. Se sei fortunato ti capita di trovare due o tre giornate di lavoro durante tutto l'arco della settimana e gli altri giorni torni a casa a mani vuote, (sempre se una casa ce l'hai e non dormi per terra in un centro d'accoglienza come K). Se sei fortunato finita la giornata ti verranno realmente dati i tuoi venticinque/trenta euro per dodici ore di lavoro duro nei campi e non verrai minacciato, insultato o addirittura picchiato. Se sei fortunato.
Alle cinque e venti del mattino, sull'autobus sempre pieno come un carro di bestiame, un ragazzo africano, come sono più o meno tutti, dopo aver ricevuto una chiamata sul suo cellulare, dice di essere stato avvisato della presenza di un posto di blocco un km più avanti. Alla prima fermata l'autobus si svuota, scendono tutti. Meglio perdere la giornata di lavoro che finire nelle mani dei Carabinieri. Da queste parti è una cosa frequente, come se i delinquenti si alzassero davvero alle 4.30 del mattino cercando disperatamente un lavoro.
Passano pochi minuti dall'evacuazione di massa e la fermata si riempie di pattuglie. La gente inizia a scappare, anche K. scappa tra i campi.
Chi non ha il permesso di soggiorno rischia di finire in un centro di espulsione e chi invece il permesso ce l'ha non vuole passare l'ennesima giornata in questura per gli accertamenti e allora scappa comunque tra i campi, magari nonostante tutto riuscirà ad arrivare al lavoro senza far infuriare il proprio “patrone”, così li chiamano.
Per chi come K. invece il lavoro lo cercava, la giornata è persa e non c'è che da sperare nell'indomani.
Alla fine della battuta di caccia la pattuglia riesce comunque a caricare e portare via due ragazzi africani e da questo momento per loro inizia il vero e proprio girone dell'inferno.
Il centro di espulsione, l'essere o non essere istituzionalizzato o come lo definiscono molti (i molti dei pochi purtroppo), il “lager di stato”. Ed è qui che la macchina statale, la macchina securitaria inizia a mostrare la sua enorme falla. E' qui che la demagogia prodotta con il terrore diffuso dei mezzi di comunicazione non può più funzionare.
6 mesi. Il tempo di reclusione in condizioni disumane, sei mesi che, passati i termini, probabilmente serviranno a farti riscaricare dove eri stato preso con il rischio, in questo caso, di finire nel giro di una settimana a scontare altri sei mesi, senza nessuna condanna, senza nessuna colpa se non quella di essere ricattato dal mercato del lavoro che ti vuole precario e privo di diritti a tutti i costi. Un cane che si morde la coda insomma.
Qualcuno potrebbe forse trovare il coraggio di dire che tutto questo è una cosa giusta, “sono tutti delinquenti” come disse in un uscita poco felice il sindaco milanese Moratti. Non conta niente se come K. hai lavorato e versato i contributi (che non ti verranno restituiti) per vent'anni, le fabbriche al nord licenziano per la crisi è tu diventi un delinquente da espellere che non può che rifugiarsi in un ghetto.
Non conta niente se sei nato in Italia da genitori stranieri, a diciotto anni non sei più un ragazzo e se non lavori (come del resto tutti i diciottenni italiani) sei un delinquente da espellere. Ma espellere dove? In un posto dal quale manchi vent'anni o che non hai mai neanche visto?! Lontano dalla tua famiglia in un posto dove neanche conosci la lingua?!
Non so, probabilmente di cose giuste non mi intendo troppo ma credo che, oltre le statistiche di cui il ministro Maroni si fa fregio dicendo “in Italia non arrivano più clandestini” (ma neanche più i rifugiati che scappano dalle guerre) o parlando di quanti espulsi abbiamo mandato a casa, ci sarebbe bisogno di ridefinire il senso di cosa sia giusto, perché non è sicuramente giusto questo razzismo dilagante pericolosamente istituzionalizzato che rende persone come K., dei clandestini, topi costretti a vivere nell'ombra.
G.


