Rosy ha circa 42 anni, nata in Ghana e' in Italia da 25 anni. Lavora come mediatrice culturale presso la commissione territoriale per i rifugiati. È vedova da 13 anni e madre di tre figlie che ha “tirato su” da sola.
"Un tempo le cose erano diverse…"
Tra queste ovviamente anche le donne locali e straniere. Erano gli anni ’80 e le ragazze africane facevano le pulizie di casa, otto ore al giorno per 120 mila lire al mese. Gli uomini che davano loro un passaggio in automobile hanno iniziato ad allungare le mani. Poi a violentarle. E così dopo aver subito la violenza le ragazze ancora traumatizzate dovevano tenersi ben stretto il loro lavoro, e continuare a fare l’autostop. Una volta arrivate a Napoli, anche alcuni datori di lavoro cominciarono ad abusarle. Il peso del trauma e l’umiliazione della violenza rimaneva con loro in tutti i momenti della giornata.
Alcune hanno iniziato a chiedersi: “se devo essere abusata e poi lavorare come una schiava per 120 mila lire al mese, allora tanto vale che decida io stessa quando concedermi”. E così, da queste ripetute ferite alla loro dignità, ne è scaturito un virgulto di autodeterminazione. Dopo una decina di anni è subentrato il racket e le ragazze nigeriane arrivavano in Italia con l’illusione di fare le parrucchiere.
Erano ancora gli anni ’80. Una ragazza incinta all’ottavo mese faceva l’autostop per andare al lavoro. Non aveva paura lei, chi avrebbe abusato di una donna incinta? Era inverno. Eppure si fermano due italiani in macchina, la caricano e la portano nella pineta che divide la Domiziana dalla spiaggia. La spogliano e la violentano.
Lei esanime raggiunge la Domiziana tutta nuda… era inverno. Un italiano la copre col suo cappotto.
È successo nel 2008. Una ragazzina di 13 anni, nata in Italia dalla madre ghanese. Andava alla fermata dell’autobus per andare a scuola, ma lo perde per un soffio. Un italiano l’avvicina e le offre un passaggio. La tratta bene, le offre una ricca colazione e ne abusa. Poi la avverte: se racconterà tutto alla mamma, sicuramente prenderà un sacco di botte. Così a fine mattinata la riaccompagna alla fermata, nell’ora esatta in cui tornavano tutti i compagni.
Il giorno dopo stessa storia. Ed anche quello seguente.
Il quarto giorno le professoresse chiamano la madre chiedendo dove fosse la ragazzina. Lei risponde meravigliata, pensava che fosse a scuola. Allora si reca vicino alla fermata dell’autobus nell’orario di pranzo. Vede la figlia che seguiva scendere da un’auto da vicino il pullmann pieno di ragazzini. Torna a casa e la aspetta. Le chiede dove fosse stata quei giorni anziché andare a scuola. La ragazzina fa finta di nulla. Alla terza domanda lei cede e racconta tutto.
La madre non ci pensa lontanamente di picchiarla. Anzi la mattina successiva accompagna la figlia alla fermata, e quando vede avvicinarsi l’uomo, si presenta e lo invita in casa a bere un caffè. Lui accetta l’invito e sale in casa. La mamma chiude la porta dietro di loro con la chiave e mentre fa il caffè chiama la polizia.
Laura


