Da Castel Volturno

Il primato della coscienza letto da Castel Volturno

Quanto sono responsabile io come italiana delle sofferenze aggiunte nella vita delle persone che incontro a Castel Volturno? Me lo chiedo quando ascolto i racconti di chi ha trascorso quelle maledette ore in mare, affidate ad imbarcazioni fatiscenti e alla sorte, per sfuggire agli ordinari controlli di frontiera che negano la possibilità di entrare legalmente in territorio europeo. Quando mi immedesimo nella nostalgia di casa di chi, senza un permesso di soggiorno che vada al di là dei pochi mesi dati in elemosina dalle questure, non rivede la famiglia ormai da anni e manda foto, perché così la mamma possa riconoscerli quando un giorno forse potranno rincontrarsi. 

Quando cerco di intuire cosa significhi stare mesi rinchiusi in un campo di identificazioni, senza conoscerne il motivo o quali decisioni verranno prese da altri sulla propria pelle; oppure sentirsi braccati in ogni momento della giornata, dall'alba quando si aspetta l'autobus che porterà alla ricerca di un lavoro in nero e sottopagato, al ritorno a quella casa in affitto, fin dentro la quale le forze dell'ordine hanno spinto la caccia al clandestino. Ascolto, intuisco, mi immedesimo e sento forte il peso della responsabilità. Quella responsabilità colpevole, derivante dal tacito consenso, che non concede il diritto di chiedere scusa, perché si è consapevoli che non ci si sta opponendo con sufficiente forza ad un sistema legislativo che provoca profonde sofferenze. Davanti a queste persone si rende vivo il monito di Don Lorenzo Milani “L'obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni”. Prende forma il bisogno da lui espresso di non dividere il mondo in italiani e stranieri ma in diseredati ed oppressi da un lato e privilegiati ed oppressori dall'altro.

Negli atti quotidiani della nostra vita a Castel Volturno ritroviamo come volontari di Operazione Colomba la necessità di disobbedire, la volontà di resistere. Da qui resistere a una legge che relega molti migranti al concetto di non persone, significa aprire casa a chiunque, senza discriminazione tra chi è o non in possesso di regolari documenti. Resistere vuol dire andare a cena da donne africane che hanno trasformato la loro cucina in un piccolo ristorantino, dal momento che non è concesso loro un lavoro regolare. Resistere è insegnare l'italiano a chi viene tenuto ai margini della società e non può far valere i propri diritti anche perché non viene assicurata neppure negli uffici pubblici una forma di traduzione. Resistere è accompagnare a sporgere denuncia chi è vittima di un sopruso, ma che verrebbe intimidito da chi invece dovrebbe valorizzare il coraggio di chi si espone, specie in una terra dove l'omertà è tanto radicata. Resistere significa ritrovarsi con un gruppo misto di italiani e immigrati, per scambiarsi notizie, punti di vista, scrivere articoli, informare, tutti con pari dignità e diritto d'opinione. Resistere significa stare al fianco di chi deriva da contesti diversi, mostrare che non solo è possibile una convivenza, ma che le mescolanze sono arricchimento, non perdita di un'identità statica e barricata in sé stessa.

Questi piccoli atti sono quelli che mi permettono di sedermi a fianco di chi soffre a causa del sistema legislativo in materia di immigrazione del nostro Stato, senza provare una vergogna paralizzante. Nella consapevolezza però che questo non basta, che non devo sentirmi appagata o con la coscienza sollevata. C'è bisogno di più coraggio e più amore per riuscire a cambiare lo stato attuale delle cose. C'è bisogno che ognuno si senta “l'unico responsabile di tutto”.

 

eri