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V Foro Internazionale di Nonviolenza nel Quindìo PDF Stampa E-mail
Mercoledì 12 Aprile 2017 19:43

Colombia - Conflitto, imprese e strategie di resistenza

Difficile riassumere la miriade di incontri, persone e realtà in resistenza che si sono susseguiti nei tre giorni del V Foro della Nonviolenza nel Quindìo. Il titolo scelto per l'evento, svoltosi dal 27 al 29 marzo, tra l'incantevole cittadina cafetera di Pijao e la più vivace Armenia: “Conflitti socio-ambientali, buon vivere, riconciliazione e post-conflitto”.

Tematiche enormi ed estremamente attuali, certo a livello globale, ma sicuramente ancora più sentite da chi vive in America Latina e, nello specifico, in Colombia. Il tema dei danni ambientali, umani e sociali provocati dalle imprese estrattive (qualsiasi sia la risorsa da estrarre: acqua, petrolio, oro, carbone...qui non manca nulla) ha dominato gli incontri del foro. Il tema è stato spesso affrontato in relazione alla firma degli Accordi di pace che sicuramente hanno portato alla fine del confronto armato tra esercito e guerriglia delle FARC, ma di certo non alla pace. Piuttosto hanno lasciato libero il campo all'avanzata dei gruppi neo paramilitari, al servizio delle imprese e/o degli interessi di certa parte dello stato colombiano, ragion per cui tra i partecipanti del Foro, e a ragion veduta, ben poco si è sentito parlare appunto di pace, se non nei termini di qualcosa ancora molto lontano e tutto da costruire, certamente prendendo a modello l'esempio delle comunità indigene e della Comunità di Pace di San Josè di Apartadò, omaggiata durante il foro per i suoi 20 anni e citata più volte, nel corso dei tre giorni, come esempio di resistenza nonviolenta e modello di vita alternativo, solidale e rispettoso della vita e della diversità.
Per entrare nel vivo del Foro e dei temi affrontati, più che un resoconto, preferiamo ripercorrere alcuni passaggi attraverso le parole vive di alcuni relatori intervenuti durante i tre giorni di incontri.

Pablo Dàvalos, economista e professore dell'università cattolica di Quito (Ecuador) ha aperto il foro partendo da alcune alcune riflessioni interessanti sul capitalismo:
“A partire dagli anni 90 il discorso neoliberista diventa dominante. Il problema diventa quale discorso contrapporre a quello neoliberista. Interessante è osservare come tutte le forme di opposizione siano nate al di fuori dal sistema politico. La resistenza in America Latina è nata tra la gente e le comunità indigene. Il concetto di Buenvivir nasce proprio dall'esigenza di eliminare dal pensiero l'idea di “sviluppo”, inteso come possibilità di crescita continua. Una delle menzogne su cui è stato costruito il capitalismo è che serve per rispondere ai bisogni degli esseri umani. L'estrazione mineraria, ad esempio, è evidente che non serve per rispondere a dei bisogni o a delle necessità umane. Non abbiamo bisogno di un “buon sviluppo” o di uno “sviluppo sostenibile”, abbiamo invece proprio bisogno di eliminare il concetto di sviluppo e dire “no grazie”. Il concetto di sviluppo nasce in campo biologico e passa alla politica sostanzialmente per contrapporsi al socialismo. Non esiste uno sviluppo “sostenibile”, dobbiamo liberarci da queste distorsioni. Abbiamo bisogno di pensare un nuovo sistema di convivenza fondato su altro. C'è bisogno di pensare un nuovo mondo attraverso concetti nuovi, concetti che nascono da ciò che la società sogna e vuole, concetti che nascono dalla sua prassi di resistenza. La vittoria del NO al referendum del 25 marzo sull'entrata dell'impresa mineraria Anglo Ashanti a Cajamarca, nel Tolima, ad esempio, è un bel 'no grazie' allo sviluppo capitalistico. C'è bisogno di 'piani di vita', no di 'piani di sviluppo' come dicono gli indigeni del Cauca”.

A Pablo ha fatto eco Vilma Almendra, indigena Nasa del dipartimento del Cauca e di Pueblos en Camino:
“Il concetto di sviluppo affetta non solo il territorio, ma anche lo spazio dell'immaginario. Per gli indigeni del Cauca ci sono tre concetti chiave: la terra madre, il corpo degli uomini e delle donne e l'immaginario. L'idea di sviluppo e di sfruttamento hanno affettato tutti questi campi. Come si fa a parlare di pace oggi se tutto il territorio lasciato libero dalle FARC è già stato occupato dai paramilitari? Di quale pace stiamo parlando? Basta vedere cosa sta accadendo nel Cauca e a San Josè de Apartadò! E sta accadendo proprio in quei luoghi perché lì ci sono gli interessi economici delle imprese. Questo modello economico sta uccidendo la madre terra, gli uomini e le donne e anche il nostro immaginario perché 500 anni di colonizzazione ci hanno cambiati e hanno cambiato le nostre menti, perché ci piace il capitalismo, perché anche noi abbiamo interessi personali. Ma bisogna resistere ai progetti di morte seminando vita, cibo, rifiutando la privatizzazione e connettendoci con le altre forme di resistenza”.

Il nodo della riflessione è diventato a questo punto, nella prima giornata di Foro, ma non solo, come resistere ai mega progetti e alle imprese. Nella tavola rotonda del pomeriggio grande spazio è stato dato dal moderatore Manuel Rozental, chirurgo e attivista di Pueblos en camino, all'esperienza della Comunità di Pace di San Josè de Apartadò attraverso una serie di domande poste ai suoi rappresentanti giunti nel Quindio per partecipare al Foro. Manuel ha cominciato affermando:
“La vittoria del NO a Cajamarca, che è un si all'acqua e un no all'oro, è sicuramente un risultato, ma dobbiamo vigilare su cosa accadrà adesso, perché subito dopo la notizia della vittoria del NO, è uscito un articolo in cui c'è scritto che il governo non modificherà la legge per l'esito del referendum. E quindi? Qui abbiamo l'esperienza della Comunità di Pace che quest'anno ha compiuto 20 anni di resistenza. In uno dei passati Fori qui nel Quindìo, Jesus Emilio, allora suo rappresentante legale, ci disse 'la speranza è per voi, noi la pace la costruiamo ogni giorno con le nostre vite, della speranza non ce ne facciamo nulla'. Quindi la domanda, per me, diventa 'come resistere': voi come resistete e rafforzate la vostra resistenza? Perché non vi hanno uccisi tutti?”.

Ha risposto German Graciano, attuale rappresentante legale della Comunità di Pace:
“Non ci hanno uccisi tutti perché abbiamo scelto di avere sin dall'inizio un accompagnamento e un sostegno internazionale. Il massacro del 2005 ha portato davanti alla comunità internazionale la nostra lotta e ad oggi abbiamo tre gruppi di accompagnanti internazionali. Questo non gli ha permesso di spegnere la nostra piccola luce. Assieme a questo, la coscienza e la lotta della gente della Comunità di Pace hanno permesso che resistessimo così tanto. La Comunità di Pace è stata attaccata così duramente perché si trova in una zona strategica per le risorse, ma soprattutto per le infrastrutture. In mezzo a tutta la sofferenza che abbiamo patito, credo che un ruolo determinante nel sostenerci l'abbia avuto il fatto che, a pesar del fatto che i più non hanno sofferto quello che abbiamo sofferto noi, molti si sono uniti al nostro dolore e questo ci ha fatto sentire la fratellanza. Stiamo attenti a creare e coltivare la coscienza anche tra i nostri bambini, perché non possiamo lasciare che si perda quello che abbiamo difeso fino ad ora. Se la terra è solo di uno e lo uccidono, gliela possono prendere facilmente, ma se domani uccidono me, non è altrettanto facile prendere la terra alla comunità, per questo siamo convinti che la terra debba essere collettiva”.

Rozental ha dunque concluso mettendo in evidenza i tre elementi comuni a tutte le zone di resistenza in Colombia, ossia: il fatto che siano luoghi strategici per il capitale; il fatto che la gente prenda coscienza dei progetti e decida di costruire forme di resistenza; il fatto che queste forme richiedano l'appoggio e la solidarietà internazionale. Una solidarietà, ha però sottolineato Rozental, intesa non nel senso del mero aiuto, ma della reciprocità, ossia del riconoscimento che gli indigeni e i contadini che lottano lo stanno facendo per il bene di tutti, compreso il nostro.

Anche diversi interventi del secondo e del terzo giorno del Foro sono proseguiti sulla scia dell'assunto che gli Accordi di pace hanno forse portato alla fine del conflitto armato, ma non certo la pace.
“La pace è per i mega progetti. Non siamo certo in un contesto di pace” ha affermato sempre Rozental. Durante il pannello tematico dal titolo 'Esperienze di resistenza per la protezione dei territori', si sono susseguiti diversi esempi che hanno avvalorato la tesi di partenza.

Renzo Parra, docente dell'università di Tolima, ha illustrato il caso della miniera a cielo aperto de La Colosa, indicato come un precedente importante, anche se non pienamente riuscito, per la vittoria del NO al referendum anche del Cajamarca. Il 28 luglio del 2013, infatti, anche per la Colosa era stato indetto un referendum e la consulta popolare aveva sancito la vittoria del NO al progetto minerario (che ad oggi non ha una licenza ambientale). Nonostante il 97% dei voti raggiunti, il giorno successivo però, il risultato è stato abrogato con la motivazione che il voto non era valido. Anche se il referendum non è riuscito al momento a bloccare il progetto impresariale, di fatto però ha affermato Parra:
“L'esperienza del comitato che si è riunito attorno alla campagna del NO per la Colosa, ha fatto si che anche nel caso di Cajamarca vincesse il NO, perché ha sensibilizzato sul tema dell'acqua. Nel dipartimento del Tolima c'è molto oro, ma per estrarre l'oro, come qualsiasi altro minerale, serve moltissima acqua. Senza acqua non si può estrarre e, per un grammo d'oro, ad esempio, servono dai 450 ai 1.060 litri di acqua. La sfida nel caso del Cajamarca adesso è come attivarsi perché la consulta popolare non venga soffocata”.

Danelly Estupinan, sociologa e attivista della comunità nera di Buenaventura, ha proseguito illustrando un altro scenario, ma non meno inquietante:
“Lo sviluppo portuale a Buenaventura sta compromettendo l'80% del territorio. Il fatto è che Buenaventura si trova in una posizione geo strategica importantissima perché è il primo porto del Pacifico e collega ad altri 500 porti. La popolazione, che per l'89% è nera, vive in una situazione di povertà estrema, la mortalità infantile è altissima e non c'è acqua nelle case (mentre le imprese portuali ce l'hanno 24 ore su 24). In questo contesto si sviluppa il più grande progetto economico del Pacifico: sono almeno 15 i mega progetti previsti per Buenaventura, ma nessuno di questi prevede la consulta previa della popolazione che non ne trarrà alcun beneficio. Il capitale instaura a Buenaventura una dinamica di violenza che fa di lei una delle città più violente della Colombia. La violenza però non è il fine, ma lo strumento del capitalismo. Per questo noi non ci consideriamo vittime del conflitto armato, ma dello sviluppo. E' questa la ragione per la quale la violenza non finisce, e di sicuro non si ferma con la firma degli Accordi di pace. Come comunità afro abbiamo messo in atto una serie di dinamiche di resistenza che prevedono: la difesa del territorio come spazio di vita per noi e per il mondo; la formazione della comunità afro che spieghi quali sono le dinamiche del capitale e del modello egemonico; la decostruzione del linguaggio coloniale per cui 'essere neri' deve assumere un nuovo significato; il concetto di 'povertà provocata' perché noi non siamo mai stati poveri, la povertà è una conseguenza dello sviluppo, per questo ci dichiariamo 'vittime dello sviluppo'; la promozione e la pratica dei valori ancestrali neri. Il Bienvivir per noi non è una teoria, ma una pratica antica. Prima ancora che qualcuno lo teorizzasse, noi lo vivevamo”.

Infine, Oscar Sampayo, politologo e attivista del centro di studi sociali ed estrattivismo di Santander, nel suo intervento dal titolo: 'Il post accordo con le FARC significa l'aumento del estrattivismo e la criminalizzazione della protesta sociale contro i progetti estrattivisti?' ha messo ben in evidenza un'altra strategia del potere al servizio degli interessi economici:
“Nel Magdalena Medio l'estrattivismo, soprattutto di petrolio, è il problema principale. Le estrazioni sono iniziate già nel 1918. Noi i risultati di questi Accordi di pace non li vediamo nel Magdalena Medio, né da parte del Governo né da parte delle FARC. Qui tra l'altro si pratica il fracking che è illegale come tecnica estrattiva e si sta cercando di fermarla. Il territorio è totalmente titolato alle imprese, ma nel Magdalena Medio si trovano anche due delle riserve contadine legalmente riconosciute. Queste riserve furono criminalizzate all'epoca di Uribe per la loro resistenza ai progetti estrattivi. Il caso di questi giorni dell'attivista Milena Quiroz ripete quella storia: Milena è stata messa in carcere con l'accusa di 'organizzazione di marcia e ribellione'! Milena è detenuta, non per detenzione di armi o perché faceva parte di un gruppo armato, ma perché nel Sur de Bolivar protesta contro le multinazionali e organizza la protesta sociale! Per questo viene criminalizzata”.

Uno scenario davvero fosco e duro quello descritto dai relatori del Foro in cui uno squarcio su quello che resta da fare, per ripristinare almeno un equilibrio e restituire dignità a chi resta e continua a lottare, quando appunto non resta altro da fare che “raccogliere i cocci” di questi più di 50 anni di conflitto armato, l'hanno raccontato nel loro intervento Teresita Gaviria e Lola, fondatrice e vicepresidente, dell'Associazione Cammini di Speranza Madri della Candelaria. Capelli grigi, stature minute, ma voci ferme, che non tremano, mentre raccontano davanti alle 300 persone dell'assemblea la storia loro e delle madri della Candelaria:
“Sono 1.776 le persone desaparecidas segnalate alla nostra associazione, ad opera di tutti i gruppi armati. Il 19 marzo 1999 ci siamo riunite per la prima volta nella chiesa della Candelaria di Medellin. La domanda per noi è stata da subito: dove andiamo a cercare la verità? A me non mi basta sapere, come mi hanno detto in un ufficio sotterraneo della Fiscalia, che mio figlio è stato fatto a pezzi e buttato nel rio Magdalena. Voglio sapere chi sono i responsabili e perché l'hanno fatto. Oggi le mie compagne di strada e di lotta sono le madri, le donne che hanno perso i loro famigliari o li hanno visti ammazzare. Questo fanno le madri della Candelaria, recuperano altre donne dalla sofferenza, bambini e ragazzi rimasti soli, per strada, per colpa degli attori armati e li fanno studiare. Visitano le carceri. L'invito che facciamo alle vittime, ai sopravvissuti, è di non fermarsi. Noi diciamo 'lavoriamo da domenica a domenica'. Le persone aspettando la notte per riposare, per dormire, ma noi non possiamo riposare perché la notte vediamo scorrere la pellicola dei nostri figli ammazzati. In questo paese la verità sta nelle carceri oppure l'hanno estradata. Noi nelle carceri abbiamo iniziato a cercare non il perdono e la riconciliazione, ma la verità. Trovando la verità abbiamo trovato il perdono e la riconciliazione. E oggi non siamo più né vittime né carnefici, ma ci consideriamo tutti sopravvissuti della stessa violenza”.

 
 
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