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Sabato 04 Febbraio 2012 10:41

Palestina/Israele

26 novembre 2011, At-Tuwani - Dopo giornate di quiete e serenità, dopo tramonti rosei come il futuro che questa gente prospetta, nonostante tutto, costruendo nuove case, sistemando le strade e perfino abbellendo i muretti, si ritorna al crudo scontro con la realtà. Percorro correndo la strada che dal villaggio di At-Tuwani porta ad Umm Fagarah. Scavalco i piloni che l’esercito qualche settimana fa ha demolito: dovevano portare l’elettricità lungo la strada e nelle case.

Ma qui la gente guarda lontano:”Li innalzeremo di nuovo”. Arrivo a Umm Fagarah e trovo numerosi mezzi dell’esercito israeliano che stanno demolendo delle abitazioni. Nel giro di mezz’ora il bilancio è di un generatore per la corrente elettrica, una moschea e due case demolite assieme alla stalla -durante la demolizione non è stato concesso ai palestinesi di avvicinarsi per portare in salvo gli animali, alcuni sono quindi rimasti schiacciati sotto le macerie-. Due ragazze vengono infine portate via con l’accusa di aver provato ad entrare nella loro casa prima della demolizione per portare fuori il salvabile.

Torno a casa arrabbiata, ma soprattutto sconsolata per l’espressione grave e spaesata che scorgo negli occhi della gente. Scavalco nuovamente i pali, e con un sorriso amaro cerco di non pensare alla speranza di quella frase che ora suona così male. Quale luce, per quali case? Quale preghiera, in quale moschea?

Questa mattina, al mio risveglio, sento come un fermento. La gente di Tuwani mi chiama: vuole andare a pregare sulle macerie della moschea distrutta. Seguo la gente che cammina troppo svelta per il mio passo e quando per ultima, giungo sul posto, la sorpresa più grande: almeno un’ottantina di persone stanno pregando in solenne silenzio. Poco dopo, quella che ormai è diventata una folla, si attiva e inizia a ricostruire, accanto a quel che resta della struttura demolita, una nuova moschea. Nello stupore mi accorgo che intanto qualcun altro ha montato delle tende ed ha già provveduto a portare tè e cibo: si mangia tutti assieme.

Mentre piano piano le persone ritornano a casa, un ragazzo palestinese mi accompagna in una valle che si trova tra il villaggio e l’avamposto israeliano di Havat Ma’On: sei alberi di ulivo spezzati dai coloni. Ma a quel punto non sento più l’amarezza. Documento l’accaduto e chiedo a Khalil: “Quando si riproverà a far arrivare la luce ad Umm Fagarah?” “Oggi ricostruiamo la moschea e le case, inshallah innalzeremo anche i piloni per la luce”. Non m’importa più della reale possibilità che questo avvenga. La libertà oggi è poter dormire sotto il tendone con la propria famiglia, è pregare accanto ai mattoni per la nuova moschea. Domani ci sarà un altro obiettivo, un’altra lotta, inshallah un’altra conquista.La resistenza continua.

 
 
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