E' l'alba. Ho di fronte a me un paesaggio surreale. E' la mia prima settimana in West Bank e la notte scorsa sono arrivata in macchina ad Umm al Kheir, un villaggio in costante rischio demolizione. Se ne temeva l'ennesima la mattina successiva. Ci sono passati a prendere al villaggio in macchina. Non sono particolarmente agitata, anzi mi godo il viaggio tra i villaggi e le dune in questa macchina sgangherata che potrebbe smettere di funzionare da un momento all'altro.

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Era uno dei pomeriggi che preannunciano l'inizio della stagione estiva: il caldo era abbastanza torrido e l'afa ben controbilanciata da una leggera brezza. Io e C. stavamo riprendendoci da un accompagnamento di due o tre orette con i pastori di Tuba (un villaggio palestinese situato dietro la colonia di Ma'on), infatti, se non ricordo male, eravamo “spiaggiate” in modo scomposto sui divani di casa e stavamo tessendo le lodi ai dolci mangiati la sera prima.

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Cominciamo col dire che il mio profilo non corrisponde affatto a quello di una volontaria-tipo della Colomba; innanzitutto perché non sono giovane, anzi sono piuttosto attempata, poi perché sono assai individualista. Il che significa che due anni fa, prima di partire, sia io che soprattutto i coordinatori del Progetto eravamo un po' preoccupati.
L'idea di condividere per 24 ore al giorno uno spazio piccolo e non molto confortevole con persone sconosciute e per giunta giovanissime, mi sembrava un ostacolo molto difficile da affrontare.

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Come nella maggior parte dei giorni, aspettiamo insieme ai bambini del villaggio di Tuba l’arrivo della scorta militare. I bambini giocano felici in quel pezzo di terra tra la colonia e l’avamposto, ingannando il tempo. Il ritardo dei militari inizia ad accumularsi e si inizia allora la trafila delle chiamate, atte a far pressione e a sollecitare un accompagnamento che di base contiene tutta l’assurda contraddizione del suo esistere.

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