Il passaggio dal dolore all’amore

B. è una delle nuove anime del campo.
A volte nel silenzio delle tende al mattino la sua voce tuona potente, a volte passando accanto alla nostra tenda fa risuonare uno dei nostri nomi, trascinandone la fine, come un coro.
Inspiegabilmente usa parole molto diverse da tutti gli altri per dire le cose più banali, mandando in difficoltà noi volontari, e al tempo stesso con lui ci capiamo veramente molto, grazie all’universalità delle risate e della bellezza di passare del tempo insieme, in questo luogo dove ieri e domani sono indistinguibili dall’oggi.
A volte ridiamo così tanto da non riuscire più a parlare.

B. ha iniziato a lavorare a 8 anni, non è mai andato a scuola perché suo padre è morto quando lui aveva più o meno quell’età, ed avendo molti fratelli e sorelle ha iniziato presto a badare a sé stesso, cercando di pesare il meno possibile su sua madre.
Oggi ha una bellissima famiglia, sua moglie W. con cui ha avuto 4 bambini, di cui uno non abbiamo avuto il piacere di conoscere, perché morto a pochi mesi di vita quando già erano profughi qui in Libano.
Anche W. non è potuto andare a scuola, ma con grande pazienza la loro figlia A. di 10 anni, che è la più grande dei 3, le ha insegnato a leggere.
Gli altri due figli, M. e K., di 8 e 1 anni, sono la gioia dei loro genitori e bisogna ammettere anche di noi volontari.
Il mese di dicembre ha messo a dura prova questa famiglia, purtroppo è giunta dalla Siria la notizia che la mamma di B. ha lasciato questa terra, dopo 20 giorni di ricovero.
B. non la vedeva da quella volta quando alcuni anni fa lei è riuscita a fargli visita in Libano per un breve periodo.
Quando arriva anche a noi la notizia di questa sua perdita, vediamo un uomo difficilmente riconoscibile dalla persona brillante che siamo abituati a frequentare.
I suoi occhi sono scavati, lo sguardo è cupo.
Non è riuscito ad essere accanto a sua mamma in questo momento importante di passaggio, e con infinita tristezza ci dice che di tutti i suoi fratelli e sorelle, che sono almeno 8, solo due sorelle sono state con la madre fino alla fine in ospedale.
Lui, senza lavoro né prospettive di vita per i suoi figli qua, si è trovato legato a questo contesto che odia e che non ha scelto, e non è potuto andare a dare un ultimo delicato bacio sulla fronte della mamma Aisha, né a piangere sul suo letto di morte.
Nei tre giorni di lutto, tutti insieme passiamo qualche tempo nella sua tenda, beviamo il caffè amaro e per distendere l’aria alcuni di noi giocano con K., la più piccola della famiglia, facendo volare un aeroplano di carta da un lato all’altro della stanza.
Lei è felicissima, batte le mani e lo segue con lo sguardo, B. la guarda con gli occhi innamorati di un papà verso sua figlia… sono bellissimi.
E proprio in questi giorni K. sta imparando a dire il nome della sorella più grande che adora, Aisha, così come si chiamava la nonna che non ha avuto la fortuna di conoscere.
B. seduto nella sua tenda piange Aisha, la madre che ha perso, mentre sua figlia inizia a pronunciare con suoni abbozzati quello stesso nome.
…Qualche giorno dopo arriva una tempesta che sembra non finire mai.
Diluvia incessantemente, il campo diventa una palude di acqua e fango in mezzo alla quale sembra che galleggino delle tende.
È sera, già l’ora in cui molte delle famiglie dormono sonni profondi, noi siamo stati impegnati un po’ a togliere l’acqua da alcuni punti della nostra tenda, che si è inevitabilmente allagata.
La mia cesta con tutti i miei oggetti e libri è piena d’acqua, ci indaffariamo per mettere al riparo da terra tutte le nostre cose.
La situazione per la notte è ingestibile, ci viene offerta ospitalità nelle tende di altre famiglie che hanno resistito all’allagamento.
Mi ritrovo fuori, i piedi scalzi nel mare di acqua scura, la pioggia che continua a cadere e davanti a me B., in maglietta e ciabatte che con la sua voce tuonante dice che è tutto una m…, che se deve vivere in mezzo a un mare, tanto vale farlo prendendo una barca per raggiungere la Turchia, invece che continuare a stare qui.
“B. com’è la situazione dentro la tenda?”.
“C. vuoi vedere la situazione? Vieni, vieni dentro!”.
Mi porta a vedere, ci sono i bambini che dormono senza essersi accorti che l’acqua sta passando attraverso i materassi, e tra poco si ritroveranno tutti bagnati nel mezzo della notte.
Qual è la cosa peggiore di questa storia? Provo a sentire quello che B. sta sentendo… l’amore forte per i propri figli, una forza vitale enorme, e non avere nessun altro luogo dove proteggerli se non una tenda di legno e nylon in cui entra l’acqua.
Questa cosa mi entra dentro, è un gas scuro che devasta.
Lasciare la porta aperta è pericoloso.
Qual è la cosa migliore di questa storia?
È che solo provando davvero a immaginare come B. si deve sentire in questo momento, riesco a capire quanto è importante vivere qua con lui, mi permette di nutrire le basi che danno vero carburante al costruire un’alternativa a questo schifo che è il campo profughi.
Ora noi e B. portiamo in parte questo dolore insieme, e insieme possiamo trasformarlo in qualcosa di così umano e scontato che sembra quasi incredibile, è il passaggio dal dolore all’amore in questo schifo che è la guerra, che ti lascia con l’acqua sotto ai piedi e col dolore di non aver salutato tua madre.

Cip