Veli leggeri e colorati, veli scuri, teste scoperte.
Sguardi timidi, sguardi sicuri.
Essere una volontaria qui vuol dire stare con tutti i profughi, quindi avere anche la possibilità di stare con le donne, cosa che non sempre è possibile o scontata per i volontari di sesso maschile. Quando si chiudono le porte siamo solo noi: donne che si raccontano, si liberano di strati di stoffa e di pensieri.
Molte sono giovanissime ed in Siria andavano a scuola, volevano continuare a studiare e realizzarsi.
Poi la guerra e la vita che si rinchiude in una tenda, portando tra le varie conseguenze spesso anche il matrimonio in adolescenza, perché non vedevano altre prospettive possibili per il loro futuro, e la divisione ancora più netta della società, in questo luogo che non lascia spazio.
Donne che si fanno carico di intere famiglie, donne che affrontano a pieno viso le tempeste.

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La rissa

Oggi ho vissuto il primo momento "pericoloso" dell'essere volontaria di Operazione Colomba.
Ero a Tripoli con David, stavamo per salire su un service dal Tal, l'incrocio di Tripoli da cui partono i van utilizzati per il trasporto, per ritornare al campo di Tel Abbas dopo aver accompagnato Sami ad un controllo.
Sami è un giovane siriano di circa 30 anni. Durante la guerra in Siria ha vissuto 2 anni in prigione senza nessuna motivazione se non quella di essere una cavia per dimostrare il potere del regime.
Lì ha subito violenze durissime, torture con l'elettricità e le conseguenze che da allora si porta appresso se le porterà per tutta la vita.
Ora soffre di epilessia e soprattutto quando si parla di guerra o quando semplicemente ricorda qualche episodio di tortura è facile che il suo corpo risponda con degli attacchi.
È difficile controllarsi e le medicine a volte non sono sufficienti.

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La motivazione a vivere può diventare un’arma più potente del nucleare, perché è qualcosa di imprevedibile, stabilizzante, a volte irrazionale, che sfida ciò che viene considerato come scontato. Rabia è tutto, fuorché una persona banale.
Rabia vive a Damasco, insieme alla sua famiglia, che lo avvolge di amore e di protezione.
Il suo quartiere originale era nella Ghouta orientale, dove i suoi genitori avevano acquistato una casa bellissima, in quel giardino pieno di colori che era la parte nord-est della capitale, ora ridotta, a causa della guerra, a un cumulo di edifici scheletrici.
Il papà di Rabia all’inizio delle turbolenze, prima politiche e a breve termine anche militari, non voleva prendere parte alle sollevazioni, e per questo aveva ricevuto anche insulti e provocazioni, ma il papà di Rabia non amava le situazioni di tensione, sapeva il rischio che correva la sua famiglia e, prima che si cingesse la chiusura sulla Ghouta, è fuggito come sfollato, insieme ai suoi cari, nei quartieri governativi di Damasco dove, provando a sopravvivere alla quotidianità, ha aperto un negozio di riparazioni/officina a pochi chilometri dal centro città.

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Sorridente e spensierata come sempre, vai incontro alla tua nuova vita.
Ti chiediamo dove andrai oggi piccolina, ma tu sai solo che salirai su un aereo.
Hai gli occhi come quelli di papà, che oggi erano anche tristi perché non rivedrà il resto della famiglia per un po', perché davanti a voi ora è tutto completamente inesplorato.
Papà è giovane, minuto e tanto forte, spesso ci diceva che era stanco e che voleva prendere i barconi, voleva viaggiare per te e per il tuo fratellino.
Papà che oggi baciava dolcemente le mani del nonno e poi le porgeva sulla sua fronte, come gesto di grande devozione per quell'uomo che vi ama così tanto.
Hai il sorriso come quello della mamma, che spesso è stanca ma che sorride sempre a tutti.

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Stamattina abbiamo accompagnato Abu Suleyman a trovare Umm Suleyman al cimitero.
Abu Suleiman è un signore di Qusayr, una città vicino al confine siro-libanese che da quanto dicono i suoi abitanti era una città pacifica in cui comunità musulmane sunnite, sciite e cristiane convivevano serenamente, senza discriminazioni, distinzioni e divisioni.
Guardandolo pare di vedere Qusayr proprio così, come è lui: buono di quella bontà piena e sorridente che spesso ho già incontrato in giorni felici e più spesso ho incontrato qui, come per esempio il suo compaesano Sheykh Abdu.
Ho l'impressione che loro due abbiano accumulato dentro il proprio passato pacifico e lo portino con sé come uno zaino di cui non puoi vedere l'interno ma solo provare a immaginare.

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