Un filo invisibile

Sono in tenda, si sentono le gocce sbattere sul tetto, rimbombano in questo cubo che tutto sente.
Oggi è stata una di quelle giornate in cui mi son sentito affidato.
Una di quelle in cui scivoli verso un materasso, senza alcuna paura né della caduta né della discesa.
Una di quelle dove la vita ti prende a braccetto e ti chiede di seguirla.
Mi son sentito fortunato.
Ahmed il bambino cieco è come una cisterna di insegnamenti, in primis quello della vulnerabilità.
Le sue richieste mi arrivano così necessarie da lasciarmi meravigliato.
Vorrei quasi non smettesse mai di chiedere.
Strano.

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Facciamo strada insieme

Khadija è un nome che mi è sempre piaciuto, è un nome preislamico.
La prima volta in cui mi sono imbattuta in questo nome è stato parecchi anni fa, sui libri dell'università.
Khadija, infatti, è la prima moglie del profeta, nonché la prima credente, tant'è che è riconosciuta la 'Madre di tutti i credenti'.
Questa figura mi ha sempre affascinato anche perché questa donna è stato il primo supporto non indifferente e la prima credente di colui che avrebbe cambiato, con le sue parole e fatti, l'assetto religioso del Medio Oriente.
Quest'estate abbiamo conosciuto Khadija una donna forte e determinata che mi ha colpito per la sua risolutezza.
É arrivata una mattina in tenda e ci ha chiesto di accompagnarla, non verso un luogo, ma lungo il percorso di suo figlio Hamjad. Lui, a soli diciannove anni, ha lasciato questa terra.

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Una forza vitale

Dal bagno di cemento e lamiera sento la voce rotta di una signora, il volontario con cui sta parlando prova a dirle di attendere, ci siamo appena svegliati e non siamo ancora pronti.
La signora insiste, piange, il volontario mi chiama perché non capisce la lingua.
Non serve l'arabo per capire il pianto disperato di questa donna, il suo dolore penetra il nylon di ogni tenda, sfonda la mia pelle e trapassa la mia cassa toracica.
Sento tutto, lo riconosco, è il richiamo all'umanità e il dolore che risveglia il senso della mia esistenza.
(19 anni, ti guardiamo morire tra un ospedale e l'altro tra i debiti di tua madre, una frontiera e cavilli burocratici).

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Vite ingiuste

Una bilancia, simbolo della giustizia, è incisa in un riquadro di legno, su una parete di marmo del tribunale di Tripoli.

E’ grande e maestosa, si trova al centro del muro e ne occupa quasi l’intero spazio.

Esattamente sotto di essa sono accovacciati sulle ginocchia decine di ragazzini: tutti in fila, sguardo basso verso il pavimento.

Sono tutti siriani, li si riconosce dai vestiti umili che stonano con le tonache degli avvocati e con i completi eleganti degli addetti ai lavori, ma soprattutto dai volti stanchi e impauriti.

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Pensieri

Per me la colomba è un sogno, un sogno speciale.

Perché a differenza di quei sogni che balenano nelle nostre menti solo la notte, mentre siamo comodi nei nostri letti, questo sogno possiamo viverlo, nella vita vera, quella di tutti i giorni in cui ci si alza e ci si muove, si ha a che fare con persone. La vita vera che è fatta di sorrisi, sofferenze, abbracci e conflitti, pianti.

È una vita in comunità diffusa, che abbraccia non solo i volontari italiani e i vicini di tenda o di casa, ma che stringe in un abbraccio più grande tutte le persone che come volontari frequentiamo e ascoltiamo, accompagniamo e con le quali progettiamo i passi che portano alla pace, quei passi che già per sé sono pace.

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