Per la difesa della terra

Eravamo appena arrivati, dopo due giorni di cammino, in un altro dei villaggi fuori San Josecito.
Stanchi e fradici per la forte pioggia che giusto si era abbattuta su di noi poco prima di giungere a destinazione, prendo il telefono e inizio a cercare un punto nel quale trovare rete telefonica.
Gildardo, la persona che da 8 giorni stavamo accompagnando, mi segue.
Sapevo che quel giorno, 5 settembre 2018, ci sarebbe stata a Bogotà la premiazione sul difensore dei Diritti Umani dell’anno.
Tra i tre candidati figurava anche German Graciano Posso, rappresentante legale della Comunità di Pace. Arriva un tweet nel cellulare, riesco a leggere la frase pubblicata, poi ancora per alcune ore rimarrò disconnessa: German Graciano Posso, Defensor del año 2018!

Non commento la frase ma passo il telefono a Gildardo che nel mio trotterellare per cercare il segnale, continuava a seguirmi.
Legge la frase lentamente e a voce alta.
Una sua mano stringe forte la mia spalla e dalla cima della collina dove eravamo finiti, grida, come è solito fare: “Abbiamo vintoooo, abbiamo vintooo!!!”.
E’ quell’abbiamo che da lì in poi accompagnerà tutti i commenti, interviste, dialoghi e articoli scritti su questo premio.
Mai un riferimento personale, sempre un riferimento collettivo.
Rientriamo a casa dopo quasi due settimane di accompagnamento nella selva colombiana e per la prima volta, dopo quel 29 dicembre, troviamo in German uno spiraglio di felicità.
Era stato nominato il miglior difensore dei Diritti Umani dell’anno 2018.
Noi non eravamo presenti a Bogotà il giorno della premiazione ma grazie ai social network abbiamo potuto rivedere l’evento, la sua presenza nei programmi televisivi, leggere interviste e commenti.
Credo però che una grande fortuna per me, per noi volontari, sia stata quella di essere presente lì, a San Josecito de la Dignidad, e aver visto quel pomeriggio German passare di casa in casa per chiedere alla gente, alla “sua” gente, di uscire e ritrovarsi tutti assieme nel parco principale del villaggio.
Mi aveva avvisato, voleva una foto del premio con tutta la Comunità e voleva che questa foto facesse il giro del mondo e non quella scattagli nei giorni a Bogotà: “Questo premio è un riconoscimento a questa Comunità, a questi contadini, uomini e donne, che in tutti questi anni hanno lottato e creduto che sì, è possibile costruire qualcosa di diverso”.
Orgoglioso con il premio in mano, si è avvicinato al gruppo che, con i lentissimi ritmi colombiani, poco a poco andava a formarsi e l’ha passato a Carlito, a Brigida, a Julio, a Tuna e via via a tutti coloro che, protagonisti indiscussi di questa resistenza, assieme a German, conformano la Comunità di Pace di San José de Apartadò.
Non era del tutto contento, mancavano gli altri compagni che vivono nei villaggi fuori San Josecito.
La foto di gruppo, la foto con le sagge guide di questa resistenza come Brigida e Joaquin, la foto con i giovani ai quali ogni giorno German cerca di trasmettere il valore dell’essere una Comunità.
Continuamente sotto minaccia di morte, l’ultima volta pochi giorni prima (il 19 settembre) via telefono, German non nasconde le fatiche di chi ogni giorno si alza e sceglie di difendere la vita e il territorio.
Vede in questo premio un riconoscimento importante del lavoro collettivo portato avanti in questi 21 anni di resistenza ma il conflitto in Colombia non è terminato.
Un gruppo di contadini della zona, pochi giorni dopo il suo rientro da Bogotà, ha invaso un terreno della Comunità di Pace: terra collettiva, non individuale, coltivazioni biologiche di cacao, coltivazioni di yuca, banane, platano, come ricerca di una forma di sussistenza alimentare.
Ciò che ho imparato in questi anni di condivisione con questi contadini, per me eroi di questo mondo, è che loro sono riusciti, nel mezzo della violenza e dell’oppressione, a creare “territori altri” come li chiama Raul Zibechi, territori dove la vita ha preso altre dimensioni, altri valori.
Territori dove paradossalmente si respira speranza e libertà.
Territori collettivi.
Territori che noi tutti siamo chiamati a difendere.