21 febbraio

Fa caldo e sono solo le 8 del mattino.
Ci aspettano almeno sei ore di viaggio.
Siamo alla bottega della Comunità di Pace, c’è allegra confusione, muli e cavalli con i loro carichi di cibo e zaini, altri con selle lucenti per l’occasione, pronti a trasportare donne, uomini e bambini verso Mulatos.
Non ci sono parole per descrivere l’emozione delle persone, soprattutto di alcune del consiglio della Comunità di Pace, nel vedere la partenza di così tanta gente fiera e decisa di ciò che è, di ciò che vive.
Levis ha quasi le lacrime agli occhi, il cuore accelera, le grida di incitamento sono il segno che non si può più attendere.
Stranamente sono tutti puntuali, una rarità in questo Paese dove il tempo non lo scandisce l’orologio ma la vita stessa.

Ma questo è un giorno speciale, siamo alla vigilia del tredicesimo anno da quel terribile 21 febbraio 2005 quando, nei villaggi di Mulatos e Resbalosa nel mezzo della rigogliosa foresta, furono trucidati otto membri della Comunità di Pace di cui 4 minori, per mano dell’esercito e dei paramilitari.
Ma in questa partenza c’è questa volta qualcosa di più.
Da mesi German e Gildardo sono minacciati di morte dai nuovi gruppi paramilitari che il 29 dicembre scorso hanno attentato alla loro vita; ma la vita ha avuto la meglio.
L’innocenza di fronte alla brutalità ha convertito gli assalitori in uomini perdonati e vivi.
Un dono non capito probabilmente.
Per questo sono tutti lì scalpitanti come i loro cavalli, vogliosi di arrivare all’Aldea di Pace di Mulatos e celebrare ancora una volta la vita.
Fa caldo e la stagione secca ha asciugato il fiume; lo percorriamo velocemente fuori dagli occhi indiscreti della gente di San Josè, e da quelli di coloro che tramano contro la gente della Comunità.
E’ un giorno davvero speciale questo, perché German e Gildardo sono da mesi costretti a vivere chiusi alla Holandita senza poter liberamente muoversi e vivere come sempre hanno fatto tra le responsabilità di leader della Comunità ma senza mai snaturarsi: sono due uomini abituati ai calli, al lavoro del campo, al viaggiare in sella ai loro cavalli per percorrere quella tanto amata terra per la quale stanno lottando e per la quale li vogliono morti.
Iniziamo la salita di quella montagna un tempo verde e ora quasi bruciata dal sole; la gente ama lo sviluppo facile: tagliare, distruggere, bruciare.
Fa caldo, ma non c’è più quell’ombra rigeneratrice di tanti alberi maestosi a fare da ombrello ai camminanti.
Al dio denaro non piace la natura, né il suo rispetto.
Mangiamo polvere, strizziamo gli occhi, andiamo avanti.
Come un brulichio di formiche la gente della Comunità continua il suo cammino aspettandosi, sorridendo e aiutando chi è in difficoltà.
Si coglie il misto tra felicità e paura nella camminata di German e Gildardo: due uomini solidi e forti ma che non possono fare a meno di trapelare l’emozione dopo tanto tempo nel ripercorrere quel cammino, di sentire le gambe stanche dalla fatica, la gioia di montare una mula con in braccio i propri bambini.
Mi colpisce Gildardo, sono quasi sei mesi che non torna a casa, la sua casa a Mulatos.
Le minacce non sono parole al vento, sono dure, fanno male a tutti.
I suoi occhi si muovono rapidamente da un angolo all’altro di quel panorama come a registrare tutti i possibili cambiamenti avvenuti in questi mesi di assenza.
Pascoli nuovi, recinti arrugginiti, nuove coltivazioni, mucche più grassocce del solito.
E’ stranamente silenzioso, lui che ci ha abituati a quelle grida di incitamento, alle risate sonore e coinvolgenti.
Non so a cosa stia pensando mentre arriviamo finalmente all’Aldea dove, al contrario di quello che abbiamo lasciato nel cammino, la gente rispetta la natura, la conserva e le dà il valore di benedizione.
Anche German sembra diverso, sorride, si rilassa; non si dimenticano le preoccupazioni, le minacce, ma finalmente è possibile vivere il lavoro comunitario, il calore della gente, il mangiare insieme, il sentirsi ancora una volta tutti lì a ricordare la vita di grandi uomini quali Luis Edoardo Guerra e Alfonso Bolivar e dei loro bimbi innocenti e compagne silenziose ma altrettanto coraggiose.
Il fare memoria di quella brutalità anche questo 21 febbraio ha trasfuso forza, commozione e determinazione nel seguire sempre e comunque il cammino onesto verso la libertà.
E ancora una volta, mentre risuonavano le toccanti parole di Padre Javier che ricordava il sacrificio di quelle vite, i miei occhi non riuscivano a non posarsi sui volti di German e Gildardo.
Erano tesi, concentrati, come a voler far entrare le parole di Lucho (Luis Edorado) e del profeta Isaia dentro ad ogni poro della loro pelle.
Il servo umile, scrive il profeta, colui che rifiuta di andare come gregge senza meta ma che è disposto a morire per gli altri e per la ricerca della giustizia.
Pensavo quindi a quelle vite spezzate divenute semi gettati per portare frutto; quei frutti li potevo vedere lì davanti ai miei occhi sono German, Gildardo, tutta la gente della Comunità pronti ancora una volta, se necessario, a morire in piedi per difendere la verità ed il diritto alla vita.

M.