21 febbraio 2005

Il 21 febbraio del 2005 veniva massacrato Luis Eduardo Guerra assieme alla compagna Bellanira e al figlio Deiner di soli 11 anni, quest'ultimo decapitato.
Altre 5 persone tra le quali 2 bambini di 5 anni e 11 mesi, venivano anch'essi barbaramente uccisi, lo stesso giorno, nel villaggio di Resbalosa.
Paramilitari membri del blocco Héroes de Tolová e militari dell'esercito nazionale avevano fatto incursione nel villaggio di Mulatos e Resbalosa.
Il giorno 20 febbraio del 2005 Lucho (così era chiamato da tutti) non volle andare a raccogliere il cacao perché c'erano stati dei bombardamenti ed esplosioni nella zona.
Il giorno dopo però aveva deciso di affrontare il rischio della propria vita con la speranza che venisse rispettata l'integrità dell'essere umano.
Il fratello di Lucho quel giorno aveva insistito perché tornasse a casa ma lui non lo volle ascoltare.
In una intervista realizzata da alcuni deputati spagnoli 37 giorni prima del suo assassinio, Lucho pronunciava queste parole: “oggi stiamo parlando, domani possiamo essere morti".

Una frase che ancora oggi impressiona e fa rabbrividire ma che riflette la coscienza che aveva questo uomo di vivere in una terribile situazione di violenza ma che nonostante ciò non ha mai voluto rinunciare al suo progetto di essere Comunità di Pace.
Lucho nel 2005 ne era rappresentante legale.
Nella stessa intervista commentava: “ mentre saremo vivi, il nostro progetto continuerà”.
Conosco Lucho dai tanti racconti di chi con lui ci ha vissuto.
Un padre amoroso, un fratello solidale, uno zio serio, ma con il quale a volte si poteva scherzare.
Un amico e un compagno sul quale contare, un vero leader che incarnava gli ideali della Comunità di Pace.
Manca a tutti.
La sorella ha appeso in casa la foto di Lucho ad Assisi.
Nel 2003 era stato in Italia, ospite dei suoi amici della Rete Italiana Colombia Vive! per partecipare ad alcuni incontri.
Pochi giorni fa ho potuto fotografare la bandiera della pace che con grande convinzione Lucho sventolava durante la marcia Perugia-Assisi.
Ci aveva scritto sopra una frase: “Globalizziamo la resistenza”.
Una globalizzazione che senza dubbio avanza ed una presenza, la sua, permanente nella Comunità, nelle sue case, chioschi, bibliotecas e scuole.
La memoria di Lucho dà forza, l'ho sentita nelle parole di German dopo l'attacco, la vedo negli occhi di Blacho, Ledis e tutti i suoi nipoti, nel dolore nascosto dei figli e della sorella trasformato in speranza.
Lo sforzo constante per mantenere viva la memoria di quel giorno significa, riprendendo le parole del scerdote gesuita Javier Giraldo, che la vita degli esseri umani non finisce nell’esistenza biologica, strutturalmente fragile e vulnerabile alla perversione della violenza.
Ci sono dimensioni della vita che non sono vulnerabili alla morte: tutto ciò che un essere umano costruisce con i suoi pensieri, con i suoi sentimenti, con i suoi ideali e con i suoi sogni, in comunione con i suoi simili.
Le famiglie delle vittime stanno ancora aspettando che sia fatta vera giustizia su questo massacro.