La storia di Eduar Lanchero ha marcato profondamente il cammino della Comunità di Pace di San Josè di Apartadò, ma anche la coscienza dei tanti che lo hanno conosciuto, io compresa.

Dai racconti di chi ha condiviso con lui all’interno della Commissione di Giustizia e Pace i lunghi anni di ascolto delle denunce di migliaia di vittime del conflitto, Eduard appare un giovane molto taciturno, riflessivo; il silenzio, dicono i suoi compagni, era quasi una disciplina quotidiana. Ma dentro di lui quello spazio fisico ed interiore in cui raccoglieva le storie di tante crudeltà ed il dolore di innumerevoli sfollati diveniva sempre più stretto. Si era laureato in teologia e filosofia pagandosi gli studi vendendo lungo le strade di Bogotà i tamales (massa di mais con riso e pollo avvolti in foglie di banano o agave) che sua madre Isabel lo aiutava a preparare.

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Alcuni giorni fa ho parlato con A., una bimba di 6 anni della Comunità di Pace.
La madre mi aveva avvisata: A. vuole raccontarti cosa sta facendo, come sta, le piccole e grandi conquiste dei bambini/e della sua età.
Ora A. parla molto bene per cui capirsi è semplice.  
Tempo addietro il dialogo sarebbe stato un po' più complesso.
Così inizia il suo racconto parlandomi della scuola, dell’arrivo della stagione delle piogge, della famiglia, della cavalla, del mulo, della mula.
Mi fa vedere quanto è cresciuta (sta segnando sulla parte in legno della casa la sua altezza) e la mamma, lì con lei, mi fa notare che anche il suo caratterino ha iniziato a crescere.
Sorridiamo entrambe.
Poi inizia a parlare di piante, fiori, delle coltivazioni sui campi, la yuca, il ñampi (un tubero simile alla yuca), il riso, il platano, le banane, i fagioli, le piante da frutto: papaya, ananas, cocco.

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Tutti noi stiamo vivendo questo momento di quarantena con preoccupazione per le nostre famiglie e per il nostro futuro in ambito lavorativo e sociale.
Molti sono stati toccati direttamente dal lutto che ha portato via le persone amate, spesso senza un saluto, senza un abbraccio.
E’ molto duro sentire sulla propria pelle il dolore e l’impotenza di quando ci vengono strappate la dignità, gli affetti, le sicurezze economiche; abbiamo sentito vicinanza, empatia, eroismo perché a tutti era toccata la stessa sorte, o come ha detto Papa Francesco, ci siamo trovati nel mezzo della tempesta tutti sulla stessa barca.
Ma ben sappiamo che anche qui nel nostro Paese le barche non sono tutte uguali, c’è chi usa una zattera per attraversare questo momento, ed è per questo che chi ha potuto si è attivato cercando di andare incontro a chi sta vivendo oggi con maggior difficoltà questa situazione di quarantena.

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Ogni giorno appare chiaro, in tutta la sua cruda violenza, il disegno che sta dietro alle scelte politiche, gli interessi economici e il desiderio di potere.
Come strati, scartati con orrore uno ad uno, fino a raggiungere la profondità.
Tutto, invece di apparire più complesso, viene ridotto all’osso rivelandosi nella sua semplicità.
Nella visione del conflitto si rompe la struttura tanto amata quanto superficiale di prendere l’una o l’altra parte.
Non mi riferisco al non prendere una posizione ma, al contrario, prenderne una radicale.
Nel conflitto le parti sono fluide come lo sono gli interessi.

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Ringrazio per avere occhi che vedono, orecchie che sentono, un cuore aperto che accoglie e soprattutto la possibilità di scegliere.
Questo privilegio che man mano che il mondo si apre davanti a te, riconosci come sempre più profondo, radicato e influente non solo nella quotidianità ma soprattutto nelle traiettorie di vita.
Ma fino a quando è una consapevolezza maturata in se stessi è un conto, nel momento in cui viene esplicitato, detto chiaro e tondo a voce alta, la questione è differente.
Può arrivare il giorno in cui a dirtelo è la leader di un movimento che lotta per lo smantellamento di una mostruosa diga che sconvolge l’ecosistema, le vite di esseri umani e di specie ittiche e la geologia della zona montuosa, tutto per avere acqua ed energia indispensabili per l’estrattivismo di cui gli interessi sono di molti Stati al di fuori di quello proprietario delle risorse.
A questa lotta lei ha scelto di dedicare la vita e questo, nel sistema in cui ci troviamo, significa essere minacciata di morte insieme ai suoi compagni e vivere sotto scorta.

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