Contesto generale dopo gli accordi di Pace

Il 24 novembre 2016 il Governo Colombiano e le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) sono giunti alla firma dei Nuovi Accordi di Pace, dopo un iter piuttosto travagliato durato 4 anni, ma che ufficialmente ha segnato la fine di 50 anni di conflitto armato. Un passo storico e sicuramente importante, ma che purtroppo non si può dire abbia ancora portato la pace, almeno quella vera, in Colombia.

Nonostante la firma degli Accordi, infatti, gran parte della popolazione civile, soprattutto nelle zone rurali, vive ancora quotidianamente sotto la costante minaccia della violenza a causa della persistente presenza di gruppi neo paramilitari e della guerriglia dell'ELN.
La vita quotidiana della maggior parte della popolazione colombiana, e in particolare nelle zone rurali come quelle coinvolte dal progetto di Operazione Colomba, continua a essere fortemente interessata dal conflitto, che finora ha provocato più di 8 milioni di sfollati interni e circa 250.000 morti, per lo più civili.
Se da un lato il conflitto bellico sembra essersi formalmente interrotto con la firma dei Nuovi Accordi di Pace, dall’altro si riscontra un aumento della violenza in tutte le sue declinazioni nei confronti dei civili e in particolare di quegli esponenti della società civile, i Difensori dei Diritti Umani, impegnati nella costruzione effettiva della pace attraverso percorsi comunitari, inclusivi e di difesa dei diritti umani e dell’ambiente.

La fine formale del conflitto armato tra Stato colombiano e guerriglia delle FARC, e il recente avvio di nuovi negoziati di pace con l'ELN (Ejército de Liberación Nacional), non hanno interrotto in alcun modo la spirale di violenza innescata dalle strutture neo paramilitari presenti nel Paese, ma al contrario ne ha favorito l’avanzata nelle zone “lasciate libere” dalle FARC. Il fenomeno del paramilitarismo, infatti, non si è sviluppato per contrastare la guerriglia, come sostiene la versione ufficiale e più diffusa, ma bensì per perseguire specifici interessi economici, con forti coinvolgimenti in diverse attività criminali, quali il narcotraffico, e strette collaborazioni con le imprese estrattive e agroalimentari, sia nazionali che internazionali. Queste ultime, infatti, non di rado utilizzano i gruppi paramilitari per ottenere lo sfollamento dei civili e il controllo dei territori di loro interesse.
Diversi organismi denunciano apertamente come i gruppi paramilitari siano penetrati negli apparati pubblici, favorendo da un lato politici corrotti, imprenditori e proprietari terrieri, e dall'altro continuando a far scomparire, minacciare, uccidere i civili, in particolare i Difensori di Diritti Umani che si oppongono alla loro avanzata.
Il Governo colombiano non solo non sembra impegnarsi nell’istituzione della "Unidad Investigativa y de Desmantelamiento de las Estructuras Paramilitares", prevista dagli Accordi di Pace per far luce sui responsabili dei numerosi omicidi perpetuati contro i Difensori dei Diritti Umani e per lo smantellamento dei gruppi paramilitari, ma continua a negare l’esistenza di tali gruppi armati.
Dunque, ancora nel corso del 2016, i principali gruppi guerriglieri delle FARC e dell'ELN e i gruppi neo paramilitari si sono resi responsabili di omicidi, sparizioni, sequestri di persona, torture, violenza sessuale, sfollamento forzato, reclutamento di bambini, estorsioni e minacce di morte contro leader di comunità. Gli sfollati continuano inoltre a subire minacce e violenza nel tentare di recuperare la propria terra, mentre per la maggior parte delle uccisioni di persone richiedenti la restituzione delle terre non è stata accertata alcuna responsabilità, in un clima quindi di sostanziale impunità per i colpevoli di questi reati.

Inoltre, sempre in concomitanza con il raggiungimento degli Accordi di Pace, si è assistito a una escalation vertiginosa degli omicidi dei Difensori dei Diritti Umani e dei leader sociali che rappresentano il principale obiettivo dei gruppi neo paramilitari e criminali. Secondo INDEPAZ (Istituto Internazionale per lo Sviluppo e la Pace) nel 2016 sono stati 117 i leader e Difensori dei Diritti Umani uccisi. Di questi il 75% erano impegnati su temi legati al processo di pace, alla restituzione delle terre e alle politiche di partecipazione nelle zone rurali. Per il Programma Somos Defensores, che ha denunciato 52 omicidi solo nei primi sei mesi del 2017, il 68% delle violenze ai danni dei difensori dei Diritti Umani è da attribuirsi a gruppi paramilitari.
Tra le categorie di difensori più a rischio, secondo quanto conferma l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, ci sono in particolare gli attivisti ambientalisti. L'ultimo rapporto di Global Witness “Defender la Tierra” (pubblicato nel giugno 2017) riporta che la Colombia, con 37 omicidi, è il secondo Paese al mondo, dopo il Brasile, per numero di difensori dei diritti ambientali uccisi nel 2016.
Inoltre, a partire dal 2016, si sono moltiplicati anche gli attacchi nei confronti delle organizzazioni internazionali che accompagnano sul campo le comunità rurali, i leader sociali e i Difensori dei Diritti Umani per screditare proprio il lavoro di accompagnamento e di monitoraggio sulle violazioni dei Diritti Umani da essi svolto.

Contesto specifico

Il progetto di Operazione Colomba si svolge principalmente nel territorio del Municipio di Apartadó, Regione dell’Urabá (Antioquia) e nel territorio del Municipio di Tierralta, Regione dell’Alto Sinú (Córdoba), dove è presente la Comunità di Pace di San Josè de Apartadò. Queste aree sono state tra quelle in Colombia più colpite dal conflitto armato, dalla violenza e teatro di gravi violazioni dei diritti umani, soprattutto per i forti interessi strategico-economici legati al loro territorio.
In particolare l'area dell'Urabà, regione geografica che si estende attorno al Golfo dell'Urabà, dispone di significative ricchezze minerarie e agroalimentari (non da ultime le coltivazioni illecite di coca), è uno dei bacini d’acqua dolce più grandi del mondo e, per la sua posizione, è considerata una zona geo-strategica, essendo un grande porto naturale nel mare dei Caraibi e un corridoio aperto verso Panama per traffici di tutti i tipi, leciti e illeciti.

Storicamente questo territorio ha visto contrapporsi i guerriglieri (soprattutto delle FARC), le Forze Armate Colombiane (esercito regolare) e i gruppi paramilitari che sono sorti per tutelare gli interessi di latifondisti, multinazionali e narcotrafficanti, minacciati dagli altri attori militari. In particolare i dipartimenti di Antioquia e di Córdoba, considerati da sempre “la culla del paramilitarismo”, sono stati teatro di stragi, massacri e omicidi mirati a opera di questi gruppi che hanno applicato una violenza estrema e ogni forma di minaccia per il controllo del territorio. La Forza Pubblica colombiana (esercito e polizia) a tutt'oggi non ha il controllo dell'area ed è stato più volte documentato come in passato si sia servita di gruppi  paramilitari per contrapporsi ai guerriglieri. Di fatto tutti i gruppi armati, attraverso la violenza, hanno cercato di controllare la terra e le sue ricchezze, di sfruttare la popolazione civile come risorsa o eliminarla direttamente. Non è un caso che le zone da cui la gente è  fuggita siano in assoluto le più ricche di risorse del Paese.

La Comunità di Pace di San José de Apartadó rappresenta una delle esperienze di “Zone Umanitarie” sorte durante il conflitto armato colombiano per fronteggiare le continue e ripetute violenze, attuate principalmente dai gruppi militari e paramilitari, con l’obiettivo di difendere il diritto alla neutralità e alla difesa della propria vita e del proprio territorio da parte della popolazione civile. Quando la CdP è stata fondata, nel 1997, i leader avevano richiesto al governo protezione affinché nessuna fazione armata entrasse nel loro territorio. In questo senso l'impegno del governo è stato, ed è tuttora, gravemente insufficiente. Dal 1997 ad oggi sono state assassinate quasi 300 persone appartenenti alla comunità che quando nacque contava circa 1.500 persone.
La violenza dei gruppi armati, in particolare dei paramilitari, ha colpito tutta l'area dove vivono i membri della Comunità di Pace, e purtroppo continua a farlo ancora oggi. Da quando sono stati firmati i Nuovi Accordi di Pace, e le FARC si sono smobilitate, infatti,  i gruppi neo paramilitari hanno letteralmente occupato, e preso il controllo, di tutto il territorio lasciato “libero” dalla guerriglia e sottomesso la popolazione civile che vi abita. Tutto questo è avvenuto nel silenzio, quando non nel negazionismo, delle istituzioni colombiane e delle Forze Armate.

In questa fase di evoluzione del conflitto in Colombia, l’esperienza delle comunità che adottano modalità nonviolente di resistenza alla violenza armata è una risorsa preziosa per il futuro del Paese e il raggiungimento di una vera pace. Il progetto di Operazione Colomba intende rispondere al bisogno di tutela e di protezione da parte di queste realtà come la Comunità di Pace di San José de Apartadó e altre "Zone Umanitarie" e, in generale, dei Difensori dei Diritti Umani impegnati nella costruzione effettiva della pace attraverso percorsi comunitari.

Comunità di Pace di San Josè de Apartadò

La Comunità di Pace è un’organizzazione informale della società civile costituitasi il 23 marzo 1997 a seguito di due massacri tristemente noti avvenuti a opera dei militari nel settembre 1996 e nel febbraio 1997. I membri della Comunità si impegnano a: non partecipare alla guerra, direttamente o indirettamente; non portare armi; non dare informazioni a nessun gruppo armato; denunciare pubblicamente le violazioni dei diritti umani commesse da qualsiasi gruppo armato; partecipare al lavoro comunitario; non reagire alla violenza con la violenza; non accettare risarcimenti in denaro dallo Stato per le vittime senza che prima siano fatte verità e giustizia.
La Comunità di Pace conta attualmente in totale circa 500 persone ed è diretta da un Consiglio Interno formato da 8 membri che vengono rieletti ogni 2 anni. Attualmente il rappresentante legale è German Graciano (per ulteriori informazioni si rimanda al sito internet in lingua spagnola www.cdpsanjose.org).
Le veredas (villaggi) che fanno parte della Comunità di Pace si trovano in un territorio molto esteso e impervio, caratterizzato in gran parte da montagne e foreste nella zona nord-ovest della Colombia. La CdP è solidale con tutta la popolazione civile della zona. Chiunque non faccia direttamente riferimento a qualche gruppo armato si rivolge alla Comunità per qualsiasi necessità. Molte persone si rivolgono infatti alla Comunità, pur non facendone parte, per esigenze legate ai bisogni primari, ma anche per cercare protezione dalla violenza e per emergenze di ogni genere.

Il territorio per le sue ricchezze e per la sua posizione strategica ha visto negli anni del conflitto la presenza e lo scontro di tutti i gruppi armati. Adesso che sono stati firmati i Nuovi Accordi di Pace, l'occupazione e il controllo da parte dei gruppi neo paramilitari e la presenza poco incisiva e spesso ambigua dell'esercito.
In tale contesto la scelta di vivere nella Comunità comporta il rischio quotidiano della propria vita, come dimostra l’alto numero di vittime registrato al suo interno. Nonostante questo i suoi membri non hanno sentimenti di odio né di vendetta, non progettano azioni armate per farsi giustizia da soli, ma vanno avanti con determinazione, resistendo e chiedendo dignità e rispetto.
Proprio per questo la Comunità di Pace rappresenta una delle esperienze di speranza e di resistenza nonviolenta al conflitto più ammirate e seguite di tutta l’America Latina.
La Comunità di Pace sfida, inoltre, apertamente un modello economico e di mercato che si basa sullo sfruttamento umano e ambientale e sulla violenza dimostrando che tale modello è insostenibile a livello sia locale che globale, e mostrando al mondo uno stile di vita che mette al centro la persona, la comunità e l’ambiente. Per tutto questo la Comunità di Pace è considerata, da chiunque abbia grossi interessi economici in Colombia legati allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali e ambientali, un modello da cancellare e non lasciar replicare.