Albert è un ragazzino sveglio e vivace, a volte un po’ timido.
Ci ha confidato che gli piace Ela, la ragazzina più carina del gruppo.
Fredi è furbetto ma dolcissimo, quando sorride storce un po’ la bocca e gli vengono due fossette meravigliose, fa lo sguardo da duro ma gli si legge la bontà negli occhi.
Albert e Fredi sono cugini e amici, inseparabili e complici.
Albert e Fredi sono cugini di sangue, quello stesso sangue che la loro famiglia non si sa se vorrebbe vendicare, quello stesso sangue che scorreva nelle vene del papà di Albert, prima che qualcuno decidesse di togliergli la vita.
Albert e Fredi stamattina guardavano dal furgone la casa di chi ha ucciso il padre di Albert, commentando che non ci fosse nessuno in giro.
Alcuni ragazzini della zona ci dicono che Albert vuole diventare grande subito, per vendicare la morte del padre.

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Che giorno grigio per ricordare
il fruscio irabondo
di un'anima che in un attimo scompare,
e a essere incazzata
ha mille volte ragione.
Fra chi segna la tomba con le croci, forse
non coverà il vuoto nel cuore
Zemer i babit,
mentre egli si ostina ad asciugare le notturne lacrime.
Un corpo così sottile non può sostenere
la caduta della protettrice
ma avrà occhi vispi ad aspettare
e guardare
il perdono che sarà di sua madre.

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Siamo in macchina che riportiamo i “nostri” ragazzi a casa dopo una bellissima serata a base di calcetto, pizza e risate.
In sottofondo Elisa:
“E così, sorridere
a quello che non sai comprendere
perché il mondo può anche illuderci
che non siamo dei miracoli
e se ci sentiamo fragili
è per cercare un’altra via nell’anima,
strada che si illumina,
e la paura che si sgretola,
perché adesso sai la verità:
questa vita tu vuoi viverla
vuoi viverla
E vivi sempre
Ogni istante...”

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Poiché la vita in questo scorcio d'Albania si basa sull'onore, mi chiedo: ma cos'è l'onore?
Secondo il dizionario: "La considerazione sul piano morale e sociale di un individuo o di una comunità."
Questa parola giustifica qualsiasi atto, anche il più crudele.
Il diritto alla vita, sacro per i Paesi occidentali, in questo luogo viene dopo l'onore.
In nome di questo “prestigio sociale” vengono uccise persone, spezzate vite, si semina sofferenza e si distribuisce odio.
Si innesca una catena infinita, un circolo vizioso che costringe intere famiglie a isolarsi, chiudersi in casa, per generazioni.
Da quando mi trovo in Albania, ogni giorno mi imbatto in persone che sono carnefici e vittime di una tradizione difficile da estirpare.
Negli occhi delle vittime leggo desolazione, rassegnazione, paura e attesa.

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Spesso mi capita di chiedermi il senso dello stare qui, il perché di questo lavoro.
Perché andiamo a visitare le famiglie? Alcune volte sembra inutile, sembra che si sia fermi in un limbo, che nulla mai cambierà.
Mi sembra ci sia solo fumo qui, a volte.
E mi domando se sia giusto, dopotutto, venire qui a ficcare il naso negli affari altrui.
Che autorità ho io per farlo?
Non ho morti in famiglia, io.
Non ho mai dovuto perdonare nessuno, io.
E poi, ecco.
Prima di mettermi a letto, per caso, scorgo un lembo di una foto. La prendo, la osservo. C’è Arben sorridente in mezzo a tre volontarie.
E capisco.

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