Dal 24 al 30 ottobre si è celebrata in tutto il mondo la Settimana internazionale per il Disarmo, indetta nel 1978 delle Nazioni Unite. La Comunità Papa Giovanni XXIII ha proposto, la sera del 21 di fronte alla base Del Din (Vicenza), un momento di riflessione e preghiera per la pace.
Ha portato la propria testimonianza Silvia, volontaria di Operazione Colomba che, da oltre 6 anni, accompagna e sostiene la resistenza nonviolenta della Comunità di Pace di San José de Apartadó, in Colombia. Riportiamo di seguito il suo intervento.

Mi chiamo Silvia, sono vicentina.
Parto nel 2011 per la Colombia per la prima volta.
Esperienza breve, due mesetti.
Parto nel 2012 per il Cile, progetto “Caschi Bianchi”, Servizio Civile all’estero con Apg23.
Esperienza più lunga questa che mi porta a condividere la quotidianità con bambini e bambine, ragazzi e ragazze vulnerabili, in stato di abbandono, poveri, vittime di violenza e abitanti in quartieri dove le armi e la droga dettano le regole.
Un anno con loro.
Io italiana in Cile, quella lunga striscia di terra sudamericana, Paese bellissimo e ricchissimo ma con una disuguaglianza esasperata creata dal modello economico neoliberale.
Non avevo nulla da portare in Cile.
Valigia vuota.

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Oggi, 4 novembre alle 18.00, nell'ambito di l'Antibarbarie una conferenza dal titolo "Per la Pace e la sicurezza: investire sui Corpi Civili di Pace e sul Servizio Civile". Durante la conferenza l'intervento di Giulia e la testimonianza di Silvia volontarie di Operazione Colomba.
Silvia racconterà della presenza di OperazioneColomba in Colombia a protezione della Comunità di Pace di San Josè de Apartaò.
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Volontari di Operazione Colomba e missionari della Comunità Papa Giovanni XXIII sono stati alcuni giorni a Lesbo (Grecia) per condividere e approfondire la situazione sull'isola, peggiorata ulteriormente dopo l'incendio del campo di Moria. I richiedenti asilo sono entrati in un nuovo campo dove, però, mancano ancora infrastrutture indispensabili come fonti d'acqua sufficienti, bagni e molto altro.

STORIE DI COLOMBE AL TEMPO DEL COVID

Solo una pandemia poteva riportare tanti volontari di Operazione Colomba in Italia.
Una condivisione “fisica” che si è interrotta, uno strappo doloroso e inaspettato, che mai avremmo scelto.
Abbiamo cercato di trasformare anche questo dolore in speranza, rimanendo vicini, in tutti i modi possibili, alle persone che accompagniamo e proteggiamo in diversi conflitti nel mondo, cercando di dare sempre voce al loro grido nonviolento di pace e giustizia.
Ma si è “Colombe” sempre, in qualsiasi parte del mondo ci si trovi.
E una Colomba non riesce a stare a guardare di fronte ai bisogni degli ultimi, siano essi vittime delle guerre, della povertà o di un virus.
Per questo tanti di noi hanno scelto di agire.

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La festa della Repubblica personalmente non mi suscita nessun pathos particolare.
O meglio dovrei dire che se questa data rappresentasse ancora quel sogno di democrazia che voleva essere allora l’Italia, allora sì potrei ancora sentire la voglia di appendere fuori la bandiera tricolore.
Ma quel 2 giugno 1946 momento decisivo per la Pace in Europa, momento storico per un referendum attraverso il quale il popolo scelse la Repubblica e si liberò definitivamente della Monarchia, con diritto di voto concesso per la prima volta alle donne, non ha di fatto saputo aprire le porte ad una società capace di scardinare e mettere sotto sopra le radici mortifere che l’avevano condotte alla guerra.
Il riassetto della politica nazionale doveva essere il preludio a qualcosa di diverso dall’avere un Re perché fosse il popolo attore principe di scelte nuove per costruire vite dignitose non necessariamente ricche ma oneste.
Ma che differenza fa se poi a governare invece che uno sono in tre o quattro?

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